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Chinaglia l’americano

Le radio passano gli Abba e i cinema proiettano Taxi Driver quando a New York sbarca “Long John” Chinaglia

di Marco Colombo

 

È il dicembre del 1975 e a nemmeno due anni di distanza dal primo, storico scudetto la S.S. Lazio conosce i primi affanni di un periodo difficile, appena addolcito dall’inatteso rientro in panchina di Tommaso Maestrelli, quel padre silenzioso che solo pochi mesi aveva perso di vista i suoi ragazzacci per colpa di una diagnosi bastarda: “Cancro al fegato, in stadio avanzato”.

 

Nonostante il ritorno del tecnico toscano, infatti, i biancocelesti faticano comunque a risalire e Giorgio Chinaglia – capocannoniere e icona della squadra – sembra ormai fatalmente lontano dalla silhouette del centravanti sfacciato che un paio di anni prima affrontava la Curva Sud degli antagonisti giallorossi, puntando la folla con un dito.

 

 

A ogni trasferta Long John è travolto dai fischi di un pubblico che proprio non riesce a perdonargli il plateale insulto riservato al c.t. Valcareggi durante gli sfortunati Mondiali di Germania ‘74; sua moglie, Connie Eruzione, cugina del Mike di “the Miracle on Ice”, fatica persino a fare la spesa senza subire i commenti poco eleganti dei concittadini romanisti e preferisce quindi tornare nel New Jersey, dove – dopo un insistito braccio di ferro con il presidente laziale Umberto Lenzini – viene raggiunta da Giorgione.

 

È l’aprile del 1976, Maestrelli e i compagni stanno lottando per non retrocedere mentre ad attendere Chinaglia negli States ci sono i New York Cosmos della Perla Nera: Edson Arantes do Nascimento detto Pelé. Già, appena un anno prima il presidente Steve Ross ha offerto un contratto barbaro a O Rei pur di averlo nella Big Apple, arrivando anzi a coinvolgere nelle trattative persino il segretario di stato Henri Kissinger, chiamato a rabbonire gli animi di un governo brasiliano “ostile” al trasferimento in terra straniera del proprio gioiello.

 

 

L’operazione Pelé-Cosmos ha sulla NASL (North America Soccer League) l’impatto di un meteorite nel Cretaceo e palesa le ambizioni di una Lega intenzionata a svestirsi della propria condizione di semi-professionismo per ergersi, finalmente, a pietra angolare dell’entertainment sportivo statunitense.

 

Il portoghese Eusébio, il nord irlandese George Best e l’olandese Johan Cruijff: il soccer negli Stati Uniti è un enorme jet set e i New York Cosmos – abbreviazione di Cosmopolitan – ne incarnano la porzione più glitterata, un fenomeno pop capace di ammassare talento sia in campo che sugli spalti. E se a indossare le casacche biancoverdi ci pensano il Kaiser Franz Beckenbauer, il terzino brasiliano Carlos Alberto e Werner Roth – il capitano Baumann di Fuga per la vittoria (1981) –, a trovare posto fra le gradinate del Giants Stadium sono invece Steven Spielberg e Robert Redford, mentre più di una volta Mick Jagger è scortato fuori dagli spogliatoi in stato di evidente ubriachezza.

 

 

In un contesto simile Chinaglia nuota come uno squalo nell’oceano. Amato e odiato, esagerato tanto nella fisicità quanto nei modi, Giorgio fuma sigari cubani e beve whisky; Sport Illustrated gli dedica la copertina e il presidente Ross proclama il 20 maggio “Giorgio’s Day”. Lo chiamano The Villain, per via di quel suo sgraziato accento gallese – retaggio di una gioventù spesa alla foce del Taff – e perché quando sfida Pelé parla di sé in terza persona, quasi fosse un divo o il cattivo di un film di James Bond.

 

Esatto, affronta O Rei. E lo fa perché – a differenza del brasiliano e delle altre star della NASL – il Bisonte di Carrara non ha scelto le praterie nordamericane come ultimo pascolo della propria carriera, giungendovi anzi a soli ventinove anni, nel pieno della maturità calcistica. Indossando la maglia numero nove e nascondendosi dietro lo sguardo innocente di un bimbo intrappolato nel corpo di un gigante, Giorgione azzanna le difese avversarie con una foga del tutto inedita per il soccer d’Oltreoceano.

 

 

Centottantasei centimetri per ottanta chili di peso, Chinaglia ha un girovita sottile e spalle enormi, leggermente ingobbite, tra cui è incassato un testone che ne rende frenetico l’incedere, gettandolo quasi in uno stato di perenne fremito agonistico. Leve lunghe e ben tornite ne agevolano poi la falcata in campo aperto quando, innescato dal mancino balcanico di Vladislav Bogićević – ex regista della Stella Rossa di Belgrado -, travolge i difensori avversari prima di scagliare il pallone in rete.

 

Nonostante la stazza, però, il suo Calcio è tutt’altro che impacciato e il repertorio di soluzioni è pressoché infinito: destro, sinistro, di testa ad anticipare un portiere troppo timido o con un docile lob per beffare in controtempo l’aggressività del diretto marcatore. L’esultanza invece, quasi per contrappasso, resta sempre uguale: salta e corre con le braccia larghe e i pugni chiusi che si alzano vibrando verso il cielo, per poi ricadere e aprirsi nell’abbraccio ai compagni che stringe a sé e bacia; sulle labbra talvolta.

 

Una simile irruenza tende a incidere sugli equilibri di un campionato ancora acerbo e dopo sette anni di avventura a stella e strisce questi sono i numeri collezionati da Long John: 193 gol in 213 gare (marcatore più prolifico nella storia della franchigia), MVP della Lega nel 1981, quattro Soccer Bowl conquistati e altrettanti titoli di Capocannoniere della NASL messi in bacheca oltre a qualche manciata di record.

 

 

È il maggio del 1983 e Giorgio Chinaglia appende le scarpette al chiodo.

Sei anni prima se ne va l’amato Maestrelli – consumato da una diagnosi bastarda – e due anni più tocca alla NASL e i New York Cosmos calare (momentaneamente) il sipario, mentre il ricordo del “Chinaglia centravanti sfacciato” viene distorto dai suoi goffi tentativi manageriali e dalle diatribe legali che lo vedranno spegnersi nel 2012 – a sessantacinque anni – ancora latitante nella sua casa di Naples, in Florida.