di Tom Cehlin Magnusson – Café, 07/06/2021

Traduzione di Matteo Albanese

Un Mondiale di successo alle spalle, un’indiscutibile campagna di qualificazione [al 2022, N.d.T], alcuni nuovi fuoriclasse tra i convocati (e pure dei k.o. importanti), ma dopo tutto si è solo trattato di un tassello mancante del puzzle all’alba dell’Europeo…

Janne Andersson ha un mantra, che ripete in continuazione. Per lui, sta tutto nell’importanza di concentrarsi su quello che si ha davanti, così da evitare di perdere la propria strada e preoccuparsi di quel che accade dando le giuste priorità. Quel che è stato, è stato. Quel che accade ora, accade ora. Questa frase è talmente ricorrente che in questi giorni è stata distribuita con un sorriso malizioso durante le sue conferenze stampa; i giornalisti sportivi stessi cercano di intrufolare nel mantra delle domande sulle possibilità che la Svezia abbia all’Europeo, e siccome nell’ultimo anno il commissario tecnico è apparso sulla rivista Vi Läser, a un certo punto mi ha detto gli farebbe piacere scrivere la sua autobiografia, se qualcuno fosse interessato. Il titolo è già deciso, mi dice: «Då var då, con il sottotitolo nu är nu, sen är sen». [È il motto citato in precedenza: “quel che è stato, è stato. Quel che accade ora, accade ora. Il passato è passato”, N.d.T].

L’ostinata attività di martellamento con questo messaggio zen sembra abbia però portato frutto. Se la Nazionale svedese di calcio arriva a un Europeo con la squadra più talentuosa da molto tempo, è normale che il commissario tecnico di questa Nazionale svedese sia proprio Janne Andersson. È come se, a cinque anni da quando ha preso il timone, fosse successo qualcosa. Janne Andersson ha cominciato a contagiare tutti col suo mantra.

È come se uno qualunque della Federcalcio svedese, durante la pausa fika [tradizione svedese in cui ci si riunisce per sorseggiare caffè e condividere dolci come i celebri rotoli alla cannella, kanelbullar, N.d.T], avesse scongelato il ragionamento di un 58enne originario della contea dell’Halland e ne avesse distillato negli spessi occhiali color argento vivo il risultato, che pian piano è stato assimilato dal corpo dei calciatori a partire dai vent’anni nella periferia di Stoccolma, ad Akalla o a Vällingby [due delle 14 circoscrizioni della capitale svedese, N.d.T]. Nel corso delle conferenze stampa delle partite contro Georgia e Kosovo, due fuoriclasse, Robin Quaison e Dejan Kulusevski, hanno risposto alle domande dei giornalisti allo stesso modo: «Då var då, nu är nu».

È molto difficile per Janne Andersson nascondere l’entusiasmo, vedendo che la sua filosofia di vita si diffonde in questo modo tra i calciatori della Nazionale svedese.

Riesce a percepire quanto sia contagiosa [questa filosofia, N.d.T] tra i giocatori?

«Sì. In realtà incontro molte persone al di fuori dei miei calciatori e mi dicono sia un’ottima espressione. L’esempio migliore di tutti l’ho visto nell’autunno del 2019, quando abbiamo affrontato Malta in trasferta, il sabato, e la Spagna in casa il martedì. Sarebbe stato facile per i ragazzi cullarsi e lasciare perdere la partita contro Malta, giocando deconcentrati contro di loro e magari perdendo un punto. E invece il focus era totalmente sulla gara contro Malta [vinta 0-4, N.d.T], la parola “Spagna” non è stata pronunciata neppure una volta. Då var då, nu är nu – sì, è proprio un’ottima espressione. È qualcosa che si autoavvera – appunta Janne – non mi sorprende che i giocatori abbraccino questa filosofia».

Come ha maturato questa filosofia di vita?

«Direi che è un modo d’osservare e cose dovuto alla mia professione. Non sono ugualmente bravo nella mia sfera privata».

Non prova una mindfulness simile lì?

«No, la sfera privata è come quella di tanti altri. Mi preoccupo per i miei figli, i nipoti e il mutuo della casa. Eppure, per quel che riguarda il lavoro, ho imparato a gestire in questo modo le cose. Non guardare troppo davanti a te, altrimenti perdi quello che hai davanti ai piedi. Estrapola le lezioni che impari da quello che ti accade e poi lasciale andare. Non fissarti sui dissapori passati, dico di solito. Costa energie. Meglio fare delle buone valutazioni. Così io sto bene». 

Ma in che proporzione quello che dice risponde alla sua metodologia di lavoro, e in che proporzione è un modo di evitare di rispondere alle domande dei giornalisti?

(Ride) «Sì, è vero, c’entra anche il volersi sbarazzare di quelle cose lì, e del resto, ma in realtà è semplice. Non puoi più farci nulla, su quanto è già accaduto. Quindi si tratta solo di trarre le giuste conclusioni quando si valuta qualche cosa – dice lui, e considera – è lo stesso tema dell’intera discussione che ho avuto quando ho parlato con Zlatan. Non ha senso soffermarsi su cose che sono già accadute. Lasciale da parte e vai avanti».

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*** L’intervista è stata condotta prima che Zlatan Ibrahimovic fosse costretto a rinunciare all’Europeo per via di un infortunio ***

Alla fine dello scorso mese di novembre, Janne Andersson è salito su un volo in direzione Milano. Si può presumere che il commissario tecnico fosse particolarmente teso, seduto all’interno di un velivolo Lufthansa. Tutti e cinque i suoi fratelli evitano gli aerei e alcuni anni fa lo stesso Janne Andersson è stato costretto a sottoporsi a una doppia seduta terapica per superare la sua paura di volare. 

Sostanzialmente, si è recato a Milano per incontrare Zlatan. Il commissario tecnico della Nazionale svedese e il miglior calciatore svedese di tutti i tempi sarebbero stati visti discutere nella camera di un hotel. Negli anni precedenti, i due avevano avuto una relazione che, nella migliore delle ipotesi possibili, può essere definita gelida. Volente o nolente, si può pensare che sull’aereo Janne Andersson fosse cosciente che, a prescindere da quale sarebbe stato il risultato dell’Europeo quest’estate, molte persone avrebbero commentato le prestazioni della Svezia tornando indietro col pensiero alla camera d’hotel di Milano. 

Come ha reagito dopo aver letto che Zlatan ha aperto a un suo ritorno in Nazionale?

«La prima sensazione che ho provato è stata che fosse una cosa interessante. C’erano già stati degli indizi, che lui stesso ha riconosciuto più come un divertimento, una presa in giro. Ma stavolta era vero – dice Janne – il mio lavoro è fare bene con la Nazionale. Se ci sono dei giocatori che vogliono unirsi a noi, e siano bravi o migliori di quelli che attualmente sono convocati, allora dargli un’occhiata fa parte del mio lavoro. Ho chiesto ad Håkan Sjöstrand, il segretario generale della Federcalcio, se potesse contattare Zlatan e vedere se avesse voluto incontrarsi con me e se parlasse sul serio. E lui ha voluto farlo. Non è stato più complicato di così».

C’erano dubbi a riguardo?

«Da parte mia, non provavo alcun prestigio. Se lui non avesse voluto incontrarmi e ragionare assieme, o se io non avessi voluto incontrare lui, non ci saremmo incontrati – beve un sorso di caffè – non ho portato tirapugni o guantoni da boxe quando sono andato lì, io l’ho fatto solo per poter discutere sul suo possibile ritorno in Nazionale. E c’è stato il primo incontro per dimenticare il passato. Quando me ne sono andato, era tutto finito».

Come è stato lavorare con Zlatan durante il primo raduno della sua Nazionale?

«Nel primo incontro che abbiamo avuto, abbiamo sistemato il passato, ma nel secondo incontro io gli ho spiegato come giochiamo, come ci alleniamo e come ragioniamo. La stessa cosa che facevo a Norrköping quando si reclutava un nuovo calciatore. Nel caso di Zlatan, che mancava da cinque anni e ha l’esperienza che ha, volevo sentire quali fossero le sue idee. Lui è estremamente professionale e serio, è abituato a cambiare club e ad adattarsi velocemente ad ambienti nuovi. Lo ha fatto anche ora – dice Janne – ci sono dei giovani giocatori che lo hanno preso a modello per molto tempo, per cui si è preso la responsabilità di fare il leader a metà. Ha ispirato e fornito buoni consigli, sia sul campo che in generale. È un calciatore molto professionale, posso solo descriverlo in termini positivi su ogni aspetto, qualunque cosa sia successa prima. Ma non mi sorprende. Possiamo mantenere quegli aspetti in cui eccelliamo – io credo che siamo stati veramente bravi – e l’aggiunta delle qualità di Zlatan renderà tutto più divertente».

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Un’intera sala conferenze in Russia comincia a sbadigliare. Sono passate molte ore da quando, nella sala da pranzo, Janne Andersson ha gustato il suo secondo piatto di spaghetti alla carbonara del giorno. Lo staff della Nazionale svedese lavora dal momento in cui ci si sveglia fino a quando si va a dormire, ai Mondiali del 2018 […].

 [Segue una parte in cui Janne Andersson parla della serie tv Seinfeld, «una parte del programma d’allenamento tanto importante quanto l’analisi degli avversari coi video e le spiegazioni tattiche alla lavagna». Di tanto in tanto, Andersson ha istituito la tradizione di mostrare alcuni episodi della sitcom, tra cui The Summer of George e Pony Remark, anche se il c.t. svedese considera l’episodio The Soup Nazi il migliore, N.d.T].

Janne Andersson si incupisce quando arriva il momento di farsi fotografare. Quando arriva nello studio fotografico, in una primaverile giornata d’aprile, borbotta di essersi pentito di aver accettato le foto. La sua espressione facciale di quel momento è familiare alla maggior parte degli appassionati di calcio e si fonda su una base “dialettica”. Quando rimprovera un quarto ufficiale o un membro dello staff della nazionale tedesca, ci sono allo stesso tempo un mento pronunciato e delle sopracciglia che si abbassano dietro gli occhiali. Oppure, come oggi, c’è un sorriso abbozzato che sua moglie Ulrika è solita paragonare all’Ollio di Stan Laurel [il duo comico Stanlio e Ollio, N.d.T]

Jan Olof Andersson è nato e cresciuto ad Halmstad. Ha allenato la squadra della città in diverse occasioni, vinto il campionato di Allsvenskan con l’IFK Norrköping e negli ultimi cinque anni ha guidato la Nazionale svedese. Esattamente come i suoi predecessori Lars Lagerbäck ed Erik Hamrén, Janne Andersson è riuscito a tratteggiare i contorni della sua caricatura. Qualche anno fa circolava una clip televisiva in cui Janne Andersson si arrabbia per la birra IPA (invece della birra Fatöl), per il latte macchiato (invece del caffè) e per la salsa béarnaise piccante (invece della… salsa béarnaise tradizionale). Lui stesso ha raccontato che quando, ai tempi in cui allenava a Norrköping, nella sala da pranzo, si fosse arrabbiato quando lo definirono conservatore, siccome piuttosto «vuole semplicemente che tutto resti come è sempre stato».

Ti senti un conservatore?

«Qualche volta. Mi piace quando le cose non cambiano troppo. Nella mia vita privata, penso sia ideale avere pace, tranquillità e una routine. Giochi il tuo sistema V75 il sabato mattina, prendi una ciotola di arachidi e una birra nel pomeriggio non appena comincia la partita. A me basta questo, non penso debba essere più complicato di così» dice, mentre morsica un altro rotolo al cardamomo del pomeriggio.

Janne si è seduto su una panchina esposta al sole in uno dei sobborghi a sud di Stoccolma, nell’attesa che arrivi una nuova caffettiera pronta. Dentro il piccolo angolo cucina dello studio fotografico, c’è una macchina da caffè espresso più che valida, eppure – siccome si è sparsa la voce sulle abitudini di consumo del commissario tecnico – appositamente per oggi è stata presa in prestito anche una caffettiera tradizionale.

«Ma non c’entra con la mia professione. Lavorare con calciatori nuovi è fantastico, ed è fantastico anche sfidare nuovi avversari e affrontare nuove sfide. In questo campo serve essere innovatori, perché avvengono novità. Quando lavoro, devo incuriosirmi al futuro».

Una parte della domanda a proposito della fase finale del Campionato europeo riguarda proprio quanto detto pocanzi. In molti si chiedono se la Nazionale riesca a confermare quella che negli ultimi anni è stata la ricetta del successo. Una difesa arcigna, in cui un gruppo di professionisti piuttosto anonimi provenienti dall’estero ha combattuto fino alla morte, l’uno per gli altri, vincendo contro grandi squadre sia nella campagna di qualificazione al Mondiale che alla sua fase finale. Ma negli ultimi anni, la rosa della Nazionale è cambiata. Con il capitano Andreas Granqvist che è stato a lungo infortunato, la difesa della Svezia appare meno stabile e allo stesso tempo [la squadra, N.d.T] è piena di giovani talenti come Dejan Kulusevski, mentre Alexander Isak e Robin Quaison sono fioriti diventando delle star internazionali. E sì, c’è Zlatan adesso.

Semplicemente, ci si chiede se sia possibile mescolare la béarnaise con la béarnaise piccante. «Mi chiedono spesso come si faccia a gestire individualità forti se uno crede nel collettivo. Ma per me non esiste alcuna contraddizione. La base è che condividiamo i valori, siamo d’accordo su come dobbiamo giocare e come dobbiamo agire».

Mentre elenca i suoi tre principi, Janne tira pugni sul tavolo di legno. «Io faccio ciò in cui sono bravo, Zlatan farà ciò in cui è bravo, Sebastian Larsson farà ciò in cui è bravo. Non esiste una contraddizione tra una squadra forte e delle individualità forti. Anzi, serve essere sempre pronti a considerare le qualità individuali, ma questo principio vale per tutti, in una squadra».

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Se vuoi provare a introdurre la personalità di Janne Andersson, esistono alcuni aneddoti a portata di mano. Quello di quando ha ripulito lo spogliatoio della Nazionale dopo aver vinto il girone di qualificazione al Mondiale [presumo che il riferimento sia al playoff di San Siro del 13 novembre 2017, in cui la Svezia si è qualificata al Mondiale 2018 a scapito dell’Italia, N.d.T], quello di quando – qualche anno dopo, davanti ad alcuni giornalisti piuttosto sorpresi – ha portato con sé due grossi sacchi neri della spazzatura mentre la sua conferenza stampa sarebbe dovuta cominciare. Magari racconteresti di come mangiava, e soprattutto recensiva, i varmkorv venduti sulle tribune di ogni stadio dell’Allsvenskan [massimo campionato svedese, N.d.T], o ancora del fatto che mangi solo carbonara quando è in vacanza. Quando gli è stato chiesto dallo Sportbladet dove gli sarebbe piaciuto andare se avesse potuto disporre di una macchina del tempo, ha scelto di tornare in una stanza coi suoi amici di Halmstad nel 1974, in tempo per vedere Ralf Edström segnare alla Germania Ovest al Mondiale.

«Non ricordo di averlo mai ammesso, ma penso che mi possa piacere rivivere la mia infanzia un’altra volta» dice Janne. «Giocavo a calcio a ogni intervallo, a scuola, ed ero praticamente da solo. Eravamo cinque fratelli, in famiglia, e avevo sempre le mie noiose sorelline attorno. Ma anche allora trovavo importante riservare del tempo per me stesso. Non vivevamo in una brutta situazione economicamente, ma non eravamo ricchi, diciamo che dovevamo fare in modo che non ci fossero imprevisti. Molti dei miei amici andavano in vacanza, noi invece stavamo sempre a casa. Ero perennemente da solo, ma ho pensato che non fosse del tutto negativo. Anche oggi, è ciò di cui ho bisogno».

Mi racconta con empatia le estati della sua infanzia, quando finiva di leggere i giornali a notte inoltrata, mangiava intere pagnotte prima di addormentarsi e svegliarsi giusto in tempo per vedere Björn Borg calpestare l’erba di Wimbledon. Oggi sembra che abbia la stessa necessità, stare da solo.

«Mi reco e torno a casa dal lavoro a piedi, ci metto due ore alla volta. Così cammino e nel frattempo penso. Ne sento il bisogno. Quando sto per escludere qualcuno dalle convocazioni della Nazionale, ugualmente mi siedo e guardo dritto il muro, che si trova a un metro di distanza dalla tv. Non sono affatto in me, dice mia moglie. Sono proprio nel mio mondo», dice lui. «Mi ronzano attorno delle cose che invece dovrebbero piazzarsi in diversi punti della mia testa. Una volta che però è tutto a posto, allora posso entrare dentro San Siro con 80mila persone davanti. Sono pronto, e nella mia testa sono fiducioso».

Credi che la tua immagine “squadrata” possa portare qualcuno a considerarti meno preparato professionalmente?

«Quando mi guardo alle spalle, prima ero piuttosto spigoloso. Oggi sono decisamente più elastico, mi reputo più bravo a dare fiducia alle persone. Mi sento sufficientemente rilassato in questo periodo. Mi fido di tutto quello che mi sta attorno, non devo sospettare di nulla. Le fondamenta sono l’ordine e la trasparenza: se hai entrambe, allora potrai poi diventare più elastico». «In realtà sono una persona dannatamente allegra, eppure la gente non la pensa così. La gente non capisce quanto io sia spiritoso. Amo Monty Python e sono in grado di inventare nuovi oggetti. Ho facce differenti, che si mostrano in contesti diversi».

Conduce la discussione allegando delle prove: un aneddoto ricco di dettagli su come si comporta con la gente in generale, e nello specifico col suo assistente, Peter Wettergren, su come hanno preso assieme un ascensore sbagliando piano. «Peter si è avvicinato a quella che credeva fosse la porta e ha cominciato a tirare la maniglia verso di lui. Ha maledetto quella porta e le ha urlato contro», dice Janne. E continua il discorso con una risata. «Una volta ho persino spedito una famiglia al piano sbagliato, non ho potuto trattenermi».

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Nel periodo in cui Café ha incontrato Janne Andersson, una Superlega europea ha fatto in tempo a nascere ed essere ritirata. Si tratta di un tentativo del mondo del calcio iper-capitalista, finalmente, una volta per tutte, di appiccicare un’ultima costrizione al calcio, ormai qualcosa di più rispetto a una forma d’intrattenimento su larga scala. Se non ci si fosse sbarazzati della Superlega, molti calciatori convocati da Janne Andersson sarebbero entrati a competervi. Volenti o nolenti, da tempo il mondo del calcio è diventato sempre più simile in tutto a una solida industria dello spettacolo: è un calderone di procuratori senza scrupoli, dirigenti corrotti, politici con le mani sporche di sangue e calciatori star più ricchi delle loro nazioni.

La carriera di Janne Andersson è iniziata da allenatore dell’Alets IK, un club di Halmstad, nella quarta divisione svedese, alla fine degli anni Ottanta. Ha allenato sia squadre maschili che femminili, sia le giovanili che i calciatori semi-professionisti. Nel 1988 è stato assunto come responsabile sia delle giovanili che dell’economia dell’Halmstads BK. È stato l’assistente di Stuart Baxter, Jonas Thern e Tom Prahl prima che diventasse lui stesso il primo allenatore.  Ha venduto i biglietti dello stadio, lavato le magliette indossate in partita, alzato la voce coi guardalinee, sfogliato i raccoglitori plastificati [con le indicazioni da dare ai giocatori, N.d.T] e bevuto caffè in bicchieri di plastica. Quando ha terminato il primo anno da tecnico vero e proprio ad Halmstad, stava ancora gestendo le finanze della società. Più volte è capitato che alle tre di notte avesse raggiunto in bicicletta il suo ufficio all’Örjans Vall [lo stadio di Halmstad, si chiama vall, “diga”, perché sorge sulla riva del fiume Nissan, N.d.T] per ritagliarsi il tempo di stilare i conti del club.

In qualità di commissario tecnico della Nazionale, gli sono stati affidati compiti di altro tipo. Si è trovato al centro del dibattito politico sulla rappresentanza della Federazione, ha dovuto schivare gli agenti che proponevano i loro giocatori e ha risposto alle domande sul tanto dibattuto Mondiale in Qatar. Per un periodo, è quasi come se avesse fatto irruzione in ogni occasione in cui la Nazionale si radunasse.

Si è mai sentito insoddisfatto di essere un commissario tecnico?

«Affatto. E s’è fatto poco rumore. È qualcosa di normale, ci sono calciatori delusi quando non riescono a giocare, ma dopo tutto è la Nazionale e si può capirlo, un po’… Basta un mezzo errore e si crea del disordine. Non mi è piaciuto quando si è parlato di Victor Nilsson Lindelöf che sarebbe diventato padre, ma difficilmente avremmo potuto cambiare le cose».

Si è mai sentito trattato ingiustamente?

«Trattato ingiustamente no, però…». Inizia a parlare della partita contro la Francia, seguita dal disappunto espresso da Dejan Kulusevski per il fatto che non gli fosse stato concesso di giocare e le critiche di Zlatan alla Nazionale su Twitter.

«Se pensassi che un qualunque calciatore possa sentirsi deluso, allora prima gli parlerei, per spiegargli la mia decisione. Quella volta non pensavo che lui fosse, come proprio lui si è definito, “scioccato” di non partire titolare. Allo stesso tempo però Dejan non ha avuto abbastanza tempo per conoscermi. In condizioni normali, mi avrebbe chiesto per quale motivo non giocasse dall’inizio, o gli avrei parlato io in anticipo. Eppure, così non è andata e, alla terza volta in cui alla tv gli è stata posta quella domanda, lui ha detto di sentirsi scioccato. Così si è alzato in aria un polverone enorme», dice Janne. «Di solito, non tengo conferenze stampa il giorno dopo una partita, ma stavolta volevo sistemare subito la faccenda. Del resto, è stata una partita in cui abbiamo sfidato i campioni del mondo, abbiamo perso 1-0 ma alla fine abbiamo tirato più volte, 9 contro le loro 6, e avuto più possesso palla. Pensando ai pronostici, è stata una buona partita. Principalmente non mi è stata posta alcuna domanda in 45 minuti di conferenza e penso sia strano. Tutte le domande riguardavano solo Dejan e il tweet di Zlatan. Per questo ero sorpreso».

Due anni fa, Zlatan ha criticato aspramente le convocazioni della Nazionale di Janne Andersson sostenendo che mancassero giocatori con esperienza all’estero nella squadra selezionata da Janne. Janne Andersson ha risposto di comprendere la posizione di Zlatan ma di sentirsi accusato e additato slealmente. «Penso sia stato ingiusto, sia stato sbagliato e sia stato grottesco», dice Janne. Al pari di una bomba, il diverbio tra Zlatan e Janne è stato sganciato, i giornalisti hanno scritto a riguardo con le loro penne incandescenti. Una cosa che poteva somigliare alla discussione sulla selezione e sull’impatto della composizione del gruppo in una squadra è stata presto ridotta all’istituzione di titoli di giornale eccessivamente tesi.

Come valuta la questione della rappresentatività del calcio svedese?

«Non ci ho mai riflettuto, almeno fino a quando non mi è stato chiesto di farlo. Ho lavorato negli anni con persone di più culture. Se parliamo di una squadra, mando sempre in campo i giocatori che secondo me hanno più chances di vincere la partita», dice Janne. «Ma capisco se inquadri il caso da una prospettiva più ampia. Se parli della gente che lavora per la Federcalcio svedese, penso che dovrebbe rappresentare la popolazione, in quanto uomini o donne. Ma questo è un discorso diverso, io sto parlando qui di abilità peculiari in campo».

In questo periodo, fa molto discutere il Mondiale in Qatar. Pensa che al calcio venga attribuito un ruolo di eccessiva importanza nella società?

«Posso soltanto constatare come siamo parte della società – e siamo una parte sufficientemente importante della società, per molti. E poi non ho alcun problema a prendere posizione e dire quello che penso a riguardo», dice Janne. «Personalmente, sono tuttavia titubante sulle azioni da intraprendere a proposito delle partite. Ci sono tante cose al mondo che non vanno bene. La situazione in Myanmar, la tratta di esseri umani, il razzismo. Esistono molte cause per cui uno vorrebbe prendere posizione, a favore oppure contro. È dura, ma quando diciamo che dobbiamo agire attivamente, facendo qualcosa, e quando dobbiamo dire di pensarla per forza in questo modo, li sosteniamo questi valori?».

Da quando al Qatar è stato assegnato il Mondiale 2022, dieci anni fa, sono morti più di 6.500 lavoratori immigrati. La Federcalcio svedese ha stabilito diversi campi d’allenamento della Nazionale in Qatar, ma allo stesso tempo ha criticato il regime. Poche settimane prima della nostra intervista, la Federcalcio svedese ha inviato una lettera aperta alla Fifa per chiedere un incontro in cui si discuta della situazione in Qatar. Parallelamente, la Nazionale norvegese ha indossato magliette con la scritta “human rights – on and off the pitch” stampata sul petto prima delle partite.

«La discussione sul Qatar è stata singolare, perché appunto c’è il caso della Federazione svedese che a partire dal 2015 si è appellata al governo e ai sindacati dei lavoratori edili del Qatar affinché fornissero le loro rispettive versioni dei fatti. Poi non so quanto conti, ma certamente provano a fare qualcosa da un certo numero di anni», dice Janne. «A un certo punto qualcuno esce e indossa una maglietta e attira l’attenzione manco fosse un qualcosa di enorme. Poi, rivolgersi alla Federcalcio svedese dicendo che stia facendo troppo poco, penso sia scorretto. La Federcalcio ha lavorato attivamente su questa tematica. Dopo tutto, possiamo discutere su quel che abbia ottenuto più attenzione e un maggior impatto».

Com’è finire nel bel mezzo di questa importante questione politica, semplicemente per aver pensato anni fa a quanto sarebbe stato divertente allenare una Nazionale?

«Noi non siamo né politici, né politologi. Io ho una mia opinione e non ho paura di esprimerla, ma l’osservazione di quel che succede al mondo non fa parte della mia mansione principale», dice. «Io mi preparo prima delle conferenze stampa, conosco le problematiche del calcio ma devo anche leggere di altre questioni per guardare il mondo che mi circonda e non sembrare seduto lì come un idiota. Mi interessa quello che accade intorno a me e penso di essere anche istruito a sufficienza, ma naturalmente a volte sento questioni abbastanza distanti da quello che faccio nella vita o che ho fatto almeno una volta. Ho incominciato ad allenare squadre giovanili femminile, quindi le giovanili maschili, poi le squadre professionistiche femminili e quelle maschili, squadre di ogni divisione – ma l’ho fatto perché mi interessava il calcio così come mi interessavano le persone».

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«Lui sta male! Tre ore e mezza, su quella stagione. Quel bastardo ha capito ogni cosa». Janne Andersson perde la concentrazione davanti alla camera e scuote la testa. Ha recentemente iniziato ad ascoltare When We Were Kings, il podcast di Erik Niva e Håkan Andreasson, ed è visibilmente colpito. In particolare, ha ascoltato l’episodio sulla vittoria del campionato svedese del 2000 da parte dell’Halmstad, una stagione in cui lui era l’allenatore che assisteva Tom Prahl. Pochi anni dopo è diventato allenatore e quattro anni dopo stava ripetendo quella grande impresa, perdendo però il titolo all’ultima giornata. Alla guida dell’Halmastad, Janne ha festeggiato successi con giocatori fisici, situazioni rapide e un’organizzazione molto solida. La sua squadra era l’unica tra quelle di Allsvenskan ad allenarsi sulla ghiaia. Il viceallenatore di Janne, Jonas Wirmola, una volta organizzò un allenamento un po’ mitologico in cui calciava palloni sullo stomaco dei calciatori in modo tale che non distogliessero lo sguardo quando un avversario calciasse.

Per molti, questa è stata la fotografia conservata nella retina nel momento in cui lui ha preso in mano la Nazionale, che probabilmente si è pure rafforzata coi successi al Mondiale. Duro lavoro, schemi chiari e un capitano della squadra particolarmente focoso, che affronta, calcia e colpisce di testa tutto quello che trova sulla sua strada.

Ma quando qualche anno dopo Janne Andersson ha conquistato un incredibile campionato di Allsvenskan con l’IFK Norrköping, ha proposto un calcio ferocemente offensivo con la squadra più giovane di tutte. «Quando ho preso la Nazionale, Zlatan e altri avevano dato addio. Così abbiamo scelto di privilegiare un calcio difensivo. Negli ultimi anni è successo che sono emerse delle alternative più offensive. Non posso però far giocare tutti, la gente questo deve comprenderlo. Serve avere dell’equilibrio in squadra. Oggi disponiamo di un reparto offensivo più ampio, ma allo stesso tempo non dobbiamo dimenticare il nostro x-factor: un gruppo ben saldo, ordinato». Stavolta, le aspettative sono più alte. Da quando Zlatan è tornato in Nazionale, sempre più persone hanno iniziato a vedere la Svezia come outsider sul podio.

Sente una pressione maggiore rispetto al Mondiale?

«La gente dice che, ora che con noi c’è Zlatan, possiamo vincere l’Europeo. E certo, è chiaro che possiamo vincere l’Europeo. È chiaro che esiste una chance di vittoria. Ma se per esempio nel nostro gruppo pensi alla Polonia, ha Robert Lewandowski come attaccante. Inoltre, abbiamo la Spagna con noi», dice Janne. «Anche se ora abbiamo una rosa più ampia, dobbiamo portare grande rispetto per il fatto che questo renderà necessarie delle risposte adatte».

Non le interessa quello che pensa il pubblico?

«Non mi interessa molto. Le partite di calcio si decidono in campo per mano dei giocatori. Tutto quello che si dice prima ha un certo peso quando scendi in campo e giochi. Quindi serve essere pronti e lavorare bene. Preparare e implementare fa parte del mio lavoro, tutto il resto può andare da qualche altra parte». Janne fa uso di frasi ben soppesate. È difficile non pensare al suo sorriso scaltro, di tanto in tanto, come se lui stesso non vedesse l’ora di ammirare quello che la Nazionale svedese potrà combinare all’Europeo. «Possiamo combinare il lavoro collettivo in difesa con un lavoro collettivo offensivo, quindi ci sentiamo spronati», ammette Janne.

Ora chiude la bocca e appoggia sul tavolo la sua tazza di caffè. Se sogna che l’accuratezza, la garanzia e l’ordine possano abrogare le leggi che vigono ora [che decidono le partite, N.d.T], e mandare la Nazionale dritta nell’eternità [vincendo l’Europeo, N.d.T], in questo caso riesce a nasconderlo bene. «Ma non è sufficiente avere buoni calciatori sulla carta. Il lavoro devi farlo prima».

Si ringraziano sentitamente l’autore dell’intervista, Tom Cehlin Magnusson, e l’intera redazione di Café per averne permesso la traduzione integrale.

Le cose belle si fanno sempre un po’ attendere … Come un gol al novantesimo

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