di Aleksandr Golovin – Futbol 06/12/2020

https://www.sports.ru/tribuna/blogs/footballweekly/897053.html

Traduzione di Andrea Passannante

Una lunga intervista a Viktor Ponedel’nik, che ci ha lasciato il 5 dicembre 2020.

La guerra e Tbilisi 

  • Quando cominciò la guerra, Lei aveva solo quattro anni. Si ricorda di quel periodo?

In quel periodo la mia famiglia viveva a Rostov sul Don. Ma appena prima dello scoppio della guerra, mio padre aveva ricevuto una proposta per insegnare alla Rabfak [ente sovietico di formazione che si occupava di educare i ragazzi in preparazione all’università, N.d.T] a Mosca. Perciò in poco tempo ci ritrovammo divisi da lui. A mia madre toccò stare da sola con me e mia sorella. Noi passavamo tutto il tempo per strada, nonostante ci fosse continuamente il fuoco. Lì la mamma ci inseguiva, tentando di guidarci verso il cortile o rinchiudere nel rifugio antiaereo, dove spesso trascorrevamo la notte. Mi ricordo ancora di quel rifugio, mi fa tornare in mente la guerra.

  • Cosa avete fatto quando sono arrivati i tedeschi in città?

Rostov era divisa da due grandi viali, il Budennovskij e il Vorošilovskij. Lungo il Budennovskij viaggiavano i motociclisti tedeschi, fucilando chiunque passasse di lì. Mentre dall’altra parte, lungo il Vorošilovskij, si trovavano le nostre truppe. Che furono costrette a ritirarsi da qualche parte vicino alla città. In quel momento arrivò nostro zio, che era vicedirettore dell’impianto di aviazione a Tangarog. Su ordine di Stalin, tutti gli impianti e le fabbriche di quel tipo erano stati evacuati e spostate sul Volga. E mio zio disse a mia mamma: «Prendi tutto il necessario per i bambini e sali in macchina. Ve ne andate da qui». Ci portò alla piattaforma e viaggiammo insieme a tutti gli operai. 

  • I bombardamenti non vi colpirono?

In alcuni casi sì. Ma quando arrivammo a Charkov [Charkiv secondo la nomenclatura odierna, N.d.T], il plotone fu riorganizzato e ci indirizzarono verso sud, a Tbilisi. 

  • Lì non si percepivano i pericoli della guerra?

A Rostov ci eravamo abituati alla vita con la guerra: le finestre erano barricate, dormivamo sotto terra. Invece a Tbilisi brillava la luce per tutto il giorno, la musica andava a tutto volume, la gente camminava senza nessun travestimento. Eravamo stupiti. In tutto il periodo di guerra, Tbilisi affrontò soltanto uno o due raid aerei, superandoli.

  • Cominciò in Georgia a giocare a calcio?

Sì, giocavamo con qualunque oggetto possibile, dalle lattine vuote alle calze piene di paglia. Lo stadio della Dinamo Tbilisi era vicino a dove vivevamo noi, quindi andavamo lì a vedere come giocavano i professionisti. In quel periodo, infatti, Stalin aveva ordinato che i calciatori della Vysšaja Liga non venissero chiamati alle armi. Pertanto molti di loro riuscirono a sopravvivere alla guerra. Ad esempio Boris Paichadze [al quale oggi è intitolato lo stadio di Tbilisi, N.d.T]. Per la prima volta lo vidi proprio alla Dinamo Tbilisi. Quando ho cominciato pure io a giocare a calcio, siamo diventati amici, abbiamo spesso ricordato gli anni della guerra. E per qualche strana ragione, ho scoperto di aver segnato a Tbilisi più che in ogni altra città. 

  • Ha mai più ritrovato Suo padre?

Inizialmente lavorava alla Komsolo’skaja Pravda [quotidiano sovietico, oggi ancora esistente, N.d.T]. In seguito, fu nominato vice caporedattore della Krasnaja Zvezda [quotidiano ufficiale del Ministero della Difesa Sovietico, N.d.T] a Novosibirsk. Da lì, poi, ci raggiunse in Georgia. Alla fine, tutti insieme tornammo a Rostov. Invece il fratello di mio padre non tornò. 

La scimmia

  • Decise spontaneamente di iscriversi all’accademia militare?

Si verificarono due coincidenze: l’accademia si trovava vicino casa e mio padre conosceva il vicedirettore. Il quale mi spiegò che avrei svolto una professione che sarebbe stata molto quotata anche nell’esercito. Dunque decisi di iscrivermi, ma dopo due anni uscì il decreto del Comitato Centrale sulla riduzione delle Forze Armate. Forse ce l’avrei fatta, ma per il fatto che tutti gli Istituti di ingegneria di guerra si trovavano sotto il controllo del KGB del compagno Beria, che era già stato fucilato, il nostro corpo venne sciolto per primo.

  • Due anni persi?

Mi offrirono di trasferirmi a Leningrado, ma i miei genitori erano contrari: «Sei già entrato nell’esercito, frequenta l’istituto e vivi una vita da cittadino comune». Fui d’accordo con loro e dopo due mesi mi chiamò il Rostsel’maš. 

  • Come vennero a conoscenza di un ragazzo dell’Accademia?

L’allenatore della selezione sovietica Gavriil Dmitrevič Kačalin si era annotato il mio nome già quando frequentavo la decima classe. Giocavo nella squadra di Rostov che disputava il campionato giovanile di Russia a Kujbyšev. La squadra occupava il secondo posto, io giocavo abbastanza bene e lui [Kačalin, N.d.T] si era scritto il mio cognome sul blocco degli appunti. Vi immaginate? L’allenatore della Nazionale che guarda una partita delle squadre giovanili. Allora era tutto normale. 

  • Quando Lei andò per la prima volta nella selezione sovietica, giocava ancora per il Rostsel’maš in Vtoraja Liga [seconda divisione sovietica, N.d.T]. Ebbe la chance di andare ai Mondiali del 1958?

Certo. Andai anche in ritiro con la squadra in Cina, giocai alcune partite da titolare. Sia Kačalin che il responsabile della selezione Andrej Petrovič Starostin avevano pianificato di portarmi in Svezia, perché in squadra c’erano molti giocatori in età avanzata. Mi avevano già detto di farmi trovar pronto per il viaggio. Ma anziché in Svezia, finii in sala operatoria. Giocai a Ivanovo e il difensore centrale della squadra di casa mi ruppe un ginocchio.

  • A causa di quel trauma, Lei fu costretto a chiudere la carriera a 29 anni.

Non solo per quello. Mi sono infortunato diverse volte al ginocchio, ho affrontato alcune operazioni dopo le quali ho giocato con il tutore. Cosa non si inventava la gente! Dicevano: «Ponedel’nik non indossa una vera ginocchiera. È solamente un modo per mostrare che da quella gamba può far partire un tiro letale».

  • Straordinario.

A questo proposito ricordo la storia di quando, con il Rostov, andammo in Mali. Arrivammo allo stadio mentre stavano giocando la squadra locale e la Germania Est. Una dura lotta tra le due squadre, noi eravamo tutti stupiti. Due giorni dopo toccò a noi affrontare il Mali. Scendendo in campo, notammo che il portiere africano aveva sulle spalle una scimmia e la stava portando verso la propria porta. Non capivamo. Poi [il portiere, N.d.T] prese un chiodo, lo attaccò all’incrocio dei pali della porta. La scimmia fece un balzo e si appoggiò sulla traversa. Iniziò la partita. Loro non erano eccessivamente aggressivi, tutto sembrava tranquillo. A un certo punto, feci partire un tiro dai 30 metri e la palla finì sulla traversa vicino alla scimmia. Non addosso a lei. Ma dallo spavento la scimmia cadde per terra, gli spettatori si alzarono subito in piedi ansimando, iniziarono a urlare e a battere i tamburi. Il portiere prese la scimmia quasi fosse un bambino e corse negli spogliatoi, dietro di lui tutti i calciatori. In quel momento il traduttore ci urlò: «Ragazzi, andate anche voi negli spogliatoi». 

  • Lontano dalle tribune?

Mentre correvamo verso gli spogliatoi, pensavamo: ora ci faranno a pezzi. Arrivò il rappresentante dell’ambasciata: «Oh, oh, vi siete cacciati in una brutta storia. [La scimmia, N.d.T] È il loro talismano. Viaggia con loro anche in altri Paesi. Se muore, non so come faremo ad andarcene dallo stadio». E se ne andò dall’arbitro. 

  • Vi sentivate morire dentro.

Gli allenatori ci rassicurarono, spiegandoci che tutto sarebbe andato per il meglio. Passarono 20 minuti, si avvicinò di nuovo quel rappresentante e disse che la scimmia era sopravvissuta. Aveva fatto solo un balzo. Pensai che il portiere non l’avrebbe più posizionata sulla traversa e invece no. La trovai di nuovo lì. 

  • Non sarà caduta di nuovo?

I nostri allenatori ci avvisarono in tempo. Li sentivamo urlare: «Vi preghiamo, non tirate forte verso la porta. E se tirate, soltanto verso il basso». Alla fine pareggiammo 1-1. Tornammo a Rostov. Ma all’aeroporto incontrammo il presidente della Federazione, Granatkin, e con lui due uomini in borghese. Il presidente andò verso la squadra quasi urlando: «Cos’ha combinato Ponedel’nik? Ha ucciso il portiere? Arrivo dal Dipartimento Ideologico del Comitato Centrale, mi hanno detto di venire qui per farmi un’idea». Gli allenatori e i ragazzi spiegarono con calma quello che era successo. Lui si mise a ridere: «Bene. Pensavo che Pondel’nik avesse combinato qualcosa di strano». E se ne andò. 

  • Chi aveva denunciato il fatto, accusandoLa?

Poi ci raccontarono come erano andate le cose. La connessione tra Africa ed Europa era cattiva, c’erano gravi interferenze. Un corrispondente dal Mali aveva trasmesso male le informazioni sul match. Aveva spiegato tutto correttamente, ma a causa delle interferenze chi aveva ricevuto l’informazione aveva deciso che in porta c’era una scimmia e l’attaccante centrale avversario l’aveva uccisa con un colpo alla testa. Allora nessuno si sarebbe sorpreso sentendo questa descrizione dei fatti, l’Africa era infatti un continente inesplorato. 

[…]

A pesca con Jašin

  • La preparazione al primo Europeo venne fatta in Urss?

Alloggiammo nella casa di riposo del Comitato Centrale, si chiamava Ozera. Adesso, non molto lontano da lì, si trova il quartier generale della Lokomotiv Mosca. Nei pressi dell’Ozera, prima, c’era anche il sanatorio militare. In quel periodo Budennyj [ex generale dell’esercito sovietico e membro del Partito Comunista, N.d.T] e Vorošilov [già Maresciallo dell’Unione Sovietica, N.d.T] spesso venivano a trovarci. Gli attendenti portavano loro delle sedie comode, loro si sedevano e seguivano attentamente il nostro allenamento. E al termine della sessione, parlavamo un po’ con loro. 

  • Ai tempi non osservavate ancora i futuri avversari tramite registrazioni su pellicola?

Macché…Neanche la finale dell’Europeo venne registrata. Ciò che si vede oggi in TV di quella partita lo si deve a Vladimir Maslačenko [portiere che faceva parte della rosa ai Campionati Europei in Francia nel 1960 e in seguito diventò giornalista, N.d.T] e ai suoi contatti. Trovò la registrazione del match da un collezionista, riuscì a contattarlo e a parlarci, pagò una somma piuttosto alta per averla. Ma fino ad allora non si poteva trovare da nessuna parte, neanche al Gosfil’mofonde. In realtà, Nikolaj Nikolaevič Ozerov [ex atleta, attore e commentatore sportivo, N.d.T] possedeva dei frammenti di registrazione, ma non li cedeva a nessuno, perché li utilizzava per i suoi interventi a teatro in tutta l’Unione Sovietica. Durante quegli interventi commentava quella finale.

  • Si dice che all’Ozera Lei vivesse nello stesso appartamento con Jašin.

E, come sono venuto a sapere in seguito, in quella stessa camera aveva soggiornato il feldmaresciallo Paulius dopo la sua prigionia a Stalingrado. Mi sistemarono lì perché sono asmatico. Era primavera, c’erano le prime fioriture… Il dottore aveva insistito perché io soggiornassi in quella casa e non uscissi da lì per tutto il giorno. Ricordo che prima di dormire mi assalivano i cattivi pensieri: «Ora mi addormento e non mi sveglio più». Capitai in camera con Jašin perché, sin dal mio arrivo in Nazionale, mi ero trovato bene con lui. E poi un giorno Gavrila Dmitrič [Kačalin, il selezionatore, N.d.T] mi chiamò a sé: «Vitja, sei un pescatore?». Risposi in fretta: «Certamente, vivo sul Don [il fiume che bagna Rostov, N.d.T] sin dalla mia infanzia». E lui: «Bene, allora ho una richiesta da farti in qualità di allenatore. Durante il periodo di preparazione, quando arriva il giorno della partita, non andare a fare il risveglio muscolare, ma prendi la canna da pesca e vai con Lev’ Ivanovič [Jašin, N.d.T] a pescare».

  • Perché?

Avevo notato che il giorno della partita Jašin smetteva di sorridere, diventava scuro in volto. È molto difficile prepararsi a una partita quando bisogna mettersi a posto internamente. Probabilmente per questo motivo mi chiesero di accompagnarlo a pescare. Da quel momento, prima di ogni partita ufficiale in Urss o all’estero, io e Jašin andammo a pescare. Lui si calmava e sul suo volto spuntava il sorriso.

[…]

Il KGB e il conte di Montecristo

  • Prima di Euro 1960 vi siete incontrati con le istituzioni dell’Urss?

Una persona proveniente dal Dipartimento Ideologico del Comitato Centrale del Partito Comunista ci espose le istruzioni per la partecipazione al torneo. Era il vicedirettore della delegazione sportiva. Come da tradizione, in quel periodo quella carica era ricoperta da un colonnello del KGB. Davanti a lui, ovviamente, cercavamo di non esporci più di tanto. 

  • Faceva la spia?

Non ricordo casi particolari. Mentre ci trovavamo vicino a lui, Jašin una volta mi avvertì: «Vitja, ti raccomando, non essere troppo espansivo davanti a lui. Lo so, sei un cittadino del sud, sei un tipo espansivo, allegro, ami gli aneddoti e le barzellette. Ma quando lui è nei paraggi, non serve parlare di certi temi che vanno oltre al calcio». E non indicò il colonnello, ma una persona parte della squadra. C’era un motivo… Ora quella persona non è più in vita, ma non dirò comunque il suo cognome. A questo proposito, nel 1964 viaggiarono con noi in Spagna i corrispondenti di tutti i principali quotidiani e noi, senza saperlo, li considerammo dei rappresentanti del Partito. Scesi dall’aereo, con una folla immensa, se ne andarono via da qualche parte. Li ritrovammo per la seconda volta di nuovo all’aeroporto. Pensavamo fossero del KGB, invece erano giornalisti.

  • Arrivaste in Francia senza incidenti?

Fino a Parigi, sì. Lì ci fecero fare un reimbarco, salimmo su una specie di piccolo aereo a due piani. E ci trovammo nel mezzo di una tempesta. Non ci siamo mai più ritrovati in una tempesta simile, fummo gettati in aria con una forza tremenda. Arrivammo a Marsiglia completamente esausti. Un autobus ci portò in hotel lungo la costa del mar Mediterraneo e molti non andarono neanche a cena, ma subito a dormire. 

[…]

  • Come si comportavano i produttori di attrezzatura tecnica? Vi pagavano in valuta locale?

Si avvicinarono soltanto dopo la nostra vittoria. Da prassi queste aziende, come Adidas e Puma, erano dotate di personale che comunicava in lingua russa. Erano emigrati. Ci diedero dai 200 ai 300 dollari e ci regalarono le scarpette che avremmo dovuto indossare in occasione delle foto. Talvolta fu divertente. Valja Bubukin, che se ne usciva sempre con certe battute che ci facevano cadere dalle risate, firmò una specie di contratto con un’azienda e uno con un’altra. E quando arrivò il momento di farsi fotografare, aveva su un piede una scarpa dell’Adidas e sull’altro quella della Puma. Morivamo tutti dalle risate.

  • Gli uomini del Partito non vi vietavano di giocare con l’Adidas?

Non prestavano attenzione a questa cosa, perché anche altre selezioni nazionali disputavano le loro partite con scarpette diverse. Tra l’altro, in origine anche la selezione sovietica giocava con le Adidas: c’erano tre strisce e tutto era accettabile. Eppure quelle scarpe venivano prodotte in Germania Est.

  • Com’è possibile?

Copiarono semplicemente il design e le vendevano illegalmente. E fornivano la selezione dell’Urss. Avevano una suola modellata, i tacchetti avvitati erano di diverse dimensioni e talvolta bisognava raccoglierli per il campo. A confronto con le nostre, anche la sola scarpa sinistra dell’Adidas sembrava un lusso. Le nostre non erano prodotte in maniera corretta. Ricordo che solo Borja Kuznetsov riusciva ad avvitare i tacchetti correttamente. Quando li metteva lui, rimanevano per uno o due anni. Invece quando li avvitava il calzolaio, resistevano per due partite.  

  • Cosa facevate in Francia nel tempo libero?

Da Marsiglia, ad esempio, andammo in barca all’isola di If. Quando entrammo nella cappella, Valja Bubukin disse: «Facciamo un minuto di silenzio per ricordare i nostri concittadini defunti e cerchiamo di difendere l’onore del calcio sovietico». E poi si fece il segno della croce. Tutti accesero delle candele. Poi visitammo l’isola e ci mostrarono la camera dove avrebbe soggiornato il conte di Montecristo. 

Parigi e i 200 dollari

  • È vero che agli Europei non vi fu chiesta esplicitamente la vittoria, ma di giocare secondo le vostre capacità?

Sì, nessuno ci minacciò e non ci fu nessuna pretesa. Ma durante le partite l’allenatore si faceva sentire come si deve. Noi stessi ci raccoglievamo nella stanza di Jašin o Netto e ci confrontavamo, dicevamo che non potevamo danneggiarci a vicenda. Andrej Petrovič Starostin amava ripetere: «Ragazzi, perché siete stati chiamati nella selezione sovietica? Perché offrite le vostre migliori qualità nei club. Dunque mostratele anche oggi, noi non pretendiamo nulla di più da voi. E la vittoria sarà con noi».

  • Prima della finale ci fu qualche discorso in particolare? 

Allora, Starostin intervenne con voce tonante e disse: «Cartagine sarà espugnata». Stavamo già per uscire nel tunnel e tutti si misero a ridere. Inoltre, nello spogliatoio accadde anche un altro episodio curioso con il dottor Alekseev. Prima di uscire Gavrila Dmitrič Kačalin annunciò nuovamente la formazione titolare e, come faceva di solito, si rivolse al dottore: «Dottore, ha qualche considerazione da fare in merito alla condizione dei calciatori?» Rispose: «No. Tutti sono in condizione e sono pronti. Mi concede di dire ancora un paio di parole?» E con la sua vocina sottile disse: «So chi segnerà oggi il gol della vittoria». Tutti rimasero stupiti, in silenzio. 

  • Chi lo interruppe?

Lev Ivanyč [Jašin, N.d.T] si alzò: «Dottore, ci dica, chi lo segnerà?» Il dottore rispose: «Vitja Ponedel’nik». Jašin sollevò i pugni e disse: «Dottore, se si sbaglia La facciamo nero». Tutti si misero a ridere e uscimmo nel tunnel. Dopo quella partita estremamente dura, arrivammo in spogliatoio e ci gettammo sulle sedie esausti, nessuno riusciva a dire nemmeno una parola. Arrivò l’ambasciatore con il suo seguito. Si congratulò con noi, ma noi non sentivamo nulla. Eravamo seduti e in silenzio. Notammo solo il dottore e gli allenatori che camminavano. E il silenzio fu rotto da quella vocina sottile: «Lev Ivanovič, Gavrila Dmitrič, chi ha segnato il gol vittoria?» Jašin si alzò in piedi, gli si avvicinò, lo prese con le sue manone e disse: «Dottore! Non La dimenticheremo mai». Tutti scoppiammo in una risata fragorosa e andammo a lavarci. Qualcuno poi cominciò a cantare, Bubukin iniziò a raccontare una serie di barzellette. 

  • Non c’era champagne nello spogliatoio? 

No, ce n’era molto a cena. E nelle camere abbiamo preso qualcosa di più forte. Poi Andrej Petrovič [Starostin, N.d.T] disse: «Compagni, oggi vi concediamo di divertirvi in giro per Parigi». Un autobus ci portò agli Champs-Élysées, dove scendemmo e iniziammo a urlare. Tutto, intorno, era illuminato come se fosse giorno: luci di lampada ovunque, riflettori, la musica andava a tutto volume. La gente camminava, i ristoranti e i bar erano aperti. Girammo per la città e fino alle cinque di mattina “conquistammo” Parigi. Quando rientrammo, riuscimmo a dormire un paio d’ora e poi ci toccò prepararci per andare al ristorante alla Torre Eiffel. Lì ci consegnarono le medaglie e arrivarono tutti i giornalisti. 

  • È vero che vi diedero soltanto 200 dollari per la vittoria? 

Sì, con quei soldi riuscii a comprare soltanto un cappotto in pelliccia artificiale per mia moglie e alcune cose per i bambini. I compagni di squadra più anziani andarono dagli allenatori dicendo che gli jugoslavi, per il secondo posto, avevano preso molto di più. Così il capo della delegazione, che aveva sentito tutto, si adoperò tempestivamente. Radunò tutti e disse: «Ho parlato con Mosca, vi ricompenseremo. Riceverete una grande quantità di denaro che mai nessuno tra gli sportivi ha ricevuto». Quando rientrammo a casa, nessuno ci pagò di più. 

Furtseva e Šolochov

  • Nel 1961 Lei si trasferì al CSKA, ma non disputò neanche una partita. Cosa successe?

Una vera e propria epopea. In una delle riunioni del Comitato Centrale intervenne Brežnjev e disse più o meno questo: nell’hockey il CSKA è campione, mentre nel calcio si trascina non si sa dove. «Non possiamo rafforzare la squadra centrale che rappresenta il nostro sacro esercito a discapito di altre squadre?» E subito si mossero le cose. Al mattino seguente sentii suonare alla porta, entrò un ufficiale e con lui un soldato con una mitragliatrice. «Ecco, questo è l’ordine di portarti dal primo segretario del Comitato Centrale, Pavlov, che ha il compito di rinforzare il CSKA. Si prepari velocemente, porti con sé soltanto il necessario». Mi portarono subito all’aeroporto di Rostov, da lì andai in aereo a Mosca. 

  • Subito da Pavlov?

Incontrai un maresciallo che mi disse: «Da Sergej Palič [Pavlov, N.d.T] dovrà andare solo alle due, lì ci sarà una riunione e ci saranno anche i militari. Ora, invece, Le mostrerò il Suo futuro appartamento». Mi portarono al Sokol [quartiere settentrionale di Mosca, N.d.T]. Lì vivevano sia Bobrov che Fedotov. Ora ci abita la vedova di Bubukin. Il generale aprì l’appartamento: era enorme, aveva stanze da 30 metri e il soffitto alto quattro metri. I mobili erano ovunque e c’erano pure i piatti. Mi diede le chiavi. Spiegai che non mi sarei fermato a Mosca e gliele restituii. Poi andammo da Pavlov. Entrai nel suo ufficio, c’era un grosso tavolo a capo del quale c’era Pavlov, generale dell’esercito che si occupava dello sport. C’erano anche altri generali, rappresentati sindacali e uomini in borghese. Cominciò così la discussione.  

  • Eravate seduti in silenzio?

Parlò per primo Pavlov, disse che c’era la necessità di rinforzare il CSKA. Mi guardai intorno, vedo che sono seduti come me anche Sarkis Ovivjan dell’Ararat, Vitja Mišin, che era seguito anche dallo Spartak Mosca, e altri calciatori. Avevano deciso di portare anche loro al CSKA. Pavlov e gli altri ci dissero molte cose, poi diedero a ciascuno l’opportunità di parlare. Io spiegai: «Non posso rispondere subito, devo consultarmi con la mia famiglia». Mi rispose: «Bene, domani alle 12 dovete essere qui e ci accordiamo definitivamente». Andai da un amico di mio padre che viveva a Mosca, gli raccontai la situazione e lui si rivolse a mio padre. Che da Rostov mi disse: «Non sai cosa sta succedendo qui».

  • Che cosa?

A quanto pare, i tifosi si erano radunati allo stadio e avevano bloccato il traffico sulla strada principale. E poi tutta la massa, che urlava e teneva in mano cartelli con la scritta Ponedel’nik deve giocare al Rostov, era arrivata fino alla piazza della stazione ferroviaria. La gente si era radunata lì e aveva cominciato a protestare. Mio padre disse: «Alcuni scrittori, guidati da Michail Šolochov, si sono rivolti a Ekaterina Furtseva [Ministro della Cultura, N.d.T]. Mi hanno chiamato poco fa dicendomi che domani ti dovrai presentare alle 10 del mattino da lei nel suo ufficio».

  • Interessante…

Incontrai un suo assistente, che mi chiese di non trattenerla a lungo perché il Ministro non stava molto bene. Pensai: «Sono solo un ragazzino, come posso trattenere a lungo il Ministro della Cultura?». Entrai dunque nella sala, c’era un lungo tavolo. Al vertice del quale era seduta Ekaterina Alekseevna [Furtseva, N.d.T]. Mi disse: «Viten’ka, non ti avvicinare troppo a me per non contagiarti. Prendi pure posto». Cominciai a raccontarle la vicenda. Ma poi pensai: «A chi la sto raccontando? Lei sa già tutto anche senza di me, l’avranno informata dal KGC sicuramente». Mi convinsi di tutto ciò quando la sentii parlare: «Viten’ka, prima delle 12, quando dovrai essere da Pavlov, c’è ancora molto tempo. Vai dai tuoi amici del Sovetskij Sport [quotidiano sovietico sullo sport, N.d.T] e poi dirigiti verso l’ufficio di Pavlov». Feci così e mi recai puntuale da Pavlov per le ore 12. Pavlov mi disse: «Viktor Vladimirovič, comprendo perfettamente la Sua situazione. Capisco che Lei non voglia lasciare la Sua città natale». E non disse una parola su tutti quei calciatori presenti il giorno prima. Continuò: «Sa, è come radunare tutte le stelle del teatro al Teatro Bol’šoj. Una volta arrivati sul posto, chi se la sentirà di recitare lì? Cosa penseranno le persone comuni?» Ero in piedi e a malapena riuscivo a contenermi confrontando ciò che quell’uomo aveva detto il giorno prima e quello che stava dicendo in quel momento. Era totalmente il contrario. 

  • A Rostov La accolsero come un eroe?

Il treno di ritorno si stava avvicinando alla stazione e sulla banchina c’era un’enorme quantità di persone. Pensai che stessero attendendo una delegazione straniera per accoglierla come si deve. Di solito, in quei casi, la gente si radunava in massa dalle scuole e dalle fabbriche…Scesi dal treno e all’improvviso un urlo: «È arrivato Vitja!» Mi strapparono dalle mani la valigia, mi presero per mano e mi portarono al centro della piazza della stazione. Sentii ancora delle urla: «Dove giocherai?» «A Rostov» risposi. All’improvviso mi sollevarono e mi portarono al viale Pušinskij direttamente a casa di mio padre. Lì mi cambiai e andai alla sede del club. Eppure, la Federazione Calcistica mi vietò di giocare per un mese, così la gente non poteva andare allo stadio e inscenare un’altra protesta.

Viktor Ponedel’nik chiuderà la carriera allo Spartak, per poi lavorare, anche se per poco tempo, come giornalista. 

(Per la traslitterazione dei nomi dei calciatori dall’alfabeto cirillico a quello latino è stato adottato il sistema scientifico. Si ringraziano l’autore e le testate sports.ru, tribuna.com e Futbol per la cortesia e la disponibilità.)

Le cose belle si fanno sempre un po’ attendere … Come un gol al novantesimo

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