di Thalia Mitsi, a cura di Elena Vogiatzi – AthleteStories.gr, 13/06/2020. Traduzione di Enzo Navarra.

«Non ho mai temuto di trovarmi davanti a chi pensassi che mi trattasse ingiustamente». Thalia Mitsi condivide la sua particolare storia.

Sono passati circa vent’anni da quando, frequentando ancora la Facoltà di Scienze Motorie all’Università Nazionale Capodistriana di Atene, mi sono recata in Italia per proseguire la mia carriera accademica con una borsa di studio.

Poco prima di partire avevo già capito quanto fosse “ostile” il clima nel calcio greco. Un fatto durante il mio anno da matricola in università mi è bastato per accorgermi che in Grecia esistesse un “clan”. Un cerchio ristretto in cui non entravano molte persone. A quei tempi, il professore di calcio che avevo in facoltà, aveva proposto a tutte le studentesse e gli studenti del primo anno di seguire delle lezioni nel Corso per arbitri al Pireo Il professore collaborava con l’Unione delle Società Calcistiche (in italiano traducibile come “Delegazione”, n.d.T) del Pireo e il suo direttivo aveva deciso di dare un’opportunità ai giovani istruiti, e con una visione per il futuro, di occuparsi di calcio ed arbitraggio, non in cambio di una semplice paghetta ma per aiutare alla promozione e allo sviluppo dello sport.

Eravamo andati in tanti, tra cui abbastanza ragazze, e visto che nel mio caso non avevo compiuto ancora il 18° anno, alcuni hanno cercato di dissuadermi, dicendomi che non potevo diventare arbitro perché avevo 17 anni. Ho spiegato loro che alla fine delle lezioni e degli esami sarei diventata maggiorenne, quindi non ci sarebbe stato alcun problema; però mi sono resa conto che mi affrontavano in una maniera un po’… strana.

Immaginatevi il mio sorriso quando più tardi mi sono accorta che uno dei loro “cocchi” era già diventato arbitro a 17 anni, un anno prima della mia partecipazione al corso. Lì forse non c’era alcun problema…

Non mi sono fatta intimidire e soprattutto non mi sono arresa!

Anzi, ho proseguito per la mia strada e ho capito che se in quel momento mi fossi arresa, influenzata dal comportamento di qualcuno che chiaramente non voleva una donna e una persona che non fosse “loro” in quel mondo, non avrei mai vissuto nessuno dei momenti che ho avuto in seguito da arbitro.

Nel 1999 mi sono trovata a Roma e, nel tentativo di guadagnare qualche soldino in più per completare quelli che avevo ottenuto dalla borsa di studio, ho deciso di usare le mie conoscenze da arbitro. Ho pensato «se te la senti, perché non farlo?» e così un giorno sono andata alla sezione arbitrale di Roma, chiedendo di arbitrare là. La felicità di far parte del calcio italiano, che non aveva – e non ha – niente a che fare con quello greco, mi ha dato una maggiore spinta per raggiungere il mio obiettivo. Ho sostenuto e passato gli esami necessari.

Ancora ricordo il giorno in cui mi hanno esaminato sul regolamento, ma anche la divisa da arbitro che mi hanno regalato quando sono stati pubblicati i risultati.
L’ho presa in mano e indossata subito. Mi sono orgogliosamente fatta qualche fotografia e le ho mandate ai miei cari in Grecia per fargliele vedere! Era un premio per me e l’inizio di un bellissimo viaggio.

Naturalmente non posso dimenticarmi anche la prima partita da “fischietto” in Italia. Era una partita di un campionato provinciale giovanile. Non vi nascondo che ero un attimo persa!

Ricordo proprio che prima di andare in campo, dovevo andare negli spogliatoi per fare l’”appello” (nell’articolo originale è scritto in italiano, n.d.T.) – ossia accertarmi dell’identità dei giocatori e controllare le divise. Lì ho avuto il primo shock! È stato il momento in cui mi sono resa conto che ero anche ufficialmente un arbitro.

Il piano iniziale era quello di rimanere in Italia per sei mesi. Tuttavia, mi è piaciuta così tanto che sono rimasta un anno e, nonostante volessi continuare a vivere in quel paese, non ho mai avuto la “tentazione” di stabilirmi a Roma. La mia priorità in quel periodo erano gli studi, quindi dovevo tornare in Grecia per concluderli.

Due anni dopo, quando mi sono trovata di nuovo in Italia per una laurea magistrale, la mia carriera in Grecia da arbitro era già cominciata e le cose erano andate per la loro strada.

Qualche anno dopo, mi sono trasferita in Svizzera per un’altra laurea magistrale e successivamente sono rimasta per lavorare alla UEFA. Lì, ho avuto un grande dilemma. Arbitrare in Grecia o all’estero…

In quel periodo, insieme al mio lavoro, ero arbitro della Terza divisione maschile svizzera e per uno o due weekend tornavo in Grecia per le partite della categoria corrispondente.
Ad un certo punto, specialmente nei frangenti in cui dovevo fare i test per entrambe le federazioni (Grecia e Svizzera), che sono obbligatori ogni trimestre o quadrimestre, e seguire i seminari che duravano giorni, i miei impegni erano aumentati talmente tanto che non potevo fare tutto, non mi bastavano le ferie dal mio lavoro.

Ovviamente, durante quegli anni, tutte le mie ferie venivano usate per arbitrare le partite e per far fronte a tutti gli obblighi arbitrali che ho citato poco fa.

Quindi, in tempi brevi, dovevo prendere una decisione. Una decisione di vita che, almeno a priori, non sapevo se sarebbe stata quella corretta o no.

La sostanza è che ho deciso di continuare ad arbitrare in Grecia, credendo che rappresentassi qualcosa di diverso. Un qualcosa che avrei potuto offrire nel mio paese.

Pensavo che qui mi avessero avuto maggiormente bisogno e sentivo in un certo senso una specie di obbligo per la mia patria. Aiutarla in qualsiasi modo per mettere un mattoncino che potesse cambiare il calcio greco. Se fossi rimasta in Svizzera, avrei avuto molti più vantaggi, perché lì c’erano già ottimi arbitri con la giusta mentalità.

Nel 2009, quando Nicole Petignat – la prima donna che ha diretto una partita di Coppa UEFA, arbitro per anni della massima divisione maschile elvetica e la migliore, secondo me, nel mondo arbitrale – si è ritirata, c’era tanto spazio per me. Vedete, ero subito dietro di lei come arbitro e le condizioni per la mia ascesa erano molto favorevoli.
Tuttavia, ho scelto il calcio greco.

Col passare degli anni, sono giunta alla conclusione che il calcio greco non voleva e nemmeno vuole persone come me. Non vuole qualcosa di diverso. Non vuole progredire.

Avendo ormai preso le distanze dal mondo arbitrale, ho visto la situazione in modo molto più chiaro. E adesso posso dire con certezza due cose.
Primo, a quei tempi non presi la decisione giusta. Però questo è successo e non può cambiare.
Secondo, quando ero arbitro in Grecia ho dato il massimo.

Ero giusta in quello che fischiavo (nella maggior parte dei casi), responsabile di quello che facevo e migliore, dal mio punto di vista, di altri arbitri che hanno raggiunto piani superiori. Purtroppo, il modo con cui avviene la valutazione degli arbitri in Grecia è una vergogna per il calcio di quel paese.

Non direi che mi senta amareggiata. Ormai adesso, invece, mi sento “schifata”!

Sono stata per anni nei quadri della Beta Ethniki (la seconda divisione greca, n.d.T) con ottime prestazioni e punteggi e, soprattutto, con il riconoscimento di giocatori e tifosi. Ma non mi hanno mai designato come arbitro nelle partite in Super League (la massima divisione greca, n.d.T).

Certe volte mi sono chiesta: «Ma perché succede questo?». Non l’ho mai capito. Non ho mai ricevuto alcuna risposta o spiegazione logica. Evidentemente non ce n’era alcuna. La più probabile che si potesse dare, era il fatto che “rovinavo l’ambiente”.

Andavo controcorrente. Non ho mai temuto di trovarmi davanti a chi pensassi che mi trattasse ingiustamente. E nemmeno di dire la mia su qualsiasi cosa ingiusta o errata.

Mi ricordo un caso del genere nel 2011. In quell’anno c’era una tendenza tra i calciatori: indossare durante l’inverno un accessorio al collo, una specie di sciarpa, il cosiddetto snood in inglese (in italiano è lo “scaldacollo”, n.d.T). Quando sono cambiati i regolamenti, era stato vietato ai calciatori di indossarlo durante la partita soprattutto per ragioni di sicurezza, poiché se un giocatore avesse afferrato l’avversario dallo scaldacollo, ci sarebbe stato un serio infortunio al collo. Dato che avevo seguito dal vivo un seminario della FIFA in cui si era parlato di questo, conoscevo abbastanza bene l’argomento.

In Grecia, tuttavia, la regola… si era persa nella traduzione. Lo scaldacollo era stato tradotto come elastico per capelli!

Così noi arbitri siamo stati informati che non era permesso ai giocatori l’uso di elastici e fasciature per tenere i capelli durante la partita. Ho chiesto subito delucidazioni in merito ai responsabili ma non ho mai ricevuto alcuna risposta.

Ad un certo punto sono stata designata come quarto ufficiale in un incontro di Super League e ho controllato, come prevedeva la prassi, le divise e gli scarpini dei calciatori prima di scendere in campo. Tra di loro c’era Leto (Sebastian, ex Catania, n.d.T), che giocava nel Panathinaikos. Il giocatore in questione era abituato ad indossare un sottile elastico per i capelli e l’arbitro dell’incontro mi ha riferito di ordinare al giocatore di toglierselo. Mi sono rifiutata di farlo.

«Se vuoi che il giocatore se lo tolga, glielo devi dire tu. Io, dal momento che non è scritto nel regolamento, non lo farò» gli ho detto, sottolineando il fatto che c’era effettivamente la regola della FIFA, ma quella non prevedeva nulla per gli elastici. Questa non era la prima volta che dicevo apertamente la mia. Quando vedevo un’infrazione, la riferivo all’arbitro nel nostro sistema di comunicazione interna.

Sapete cosa avevo notato? Che gli arbitri evitavano di assumersi la responsabilità di una decisione. C’erano dei casi in cui l’arbitro guardava l’assistente e viceversa. Alcune volte non veniva nemmeno segnalata l’infrazione!

Quando conosci un argomento, devi spiegarlo perché solo in questo modo ci sarà un miglioramento. L’avevo fatto molte volte. Non mi “tappavo la bocca” quando c’era qualcosa di sbagliato. Non sopportavo vedere un’ingiustizia o un errore che si poteva prevedere.

Evidentemente questo non piaceva a qualcuno.

Come naturalmente non piaceva il fatto che nel 2014 mi sono posta contro chi mi metteva continuamente ostacoli.

La storia cominciò nel 2013 quando venni chiamata per l’Europeo femminile. Un grave problema di salute non mi aveva permesso di partecipare alla competizione e, nello stesso anno, ho perso anche il seminario annuale degli arbitri, in cui si facevano i test. Per mia fortuna, se la si può chiamare tale, era assente negli stessi test anche un uomo. Anch’egli per motivi di salute.

Quando sono stati pubblicati i quadri arbitrali della KED (Comitato Centrale Arbitrale, l’Associazione arbitrale greca, n.d.T) ho visto, con mia grande sorpresa, che, mentre l’uomo era incluso, io ero stata esclusa! Era chiaro che c’era stata una discriminazione di genere!

All’inizio ho provato col dialogo con i responsabili della Federazione greca di capire cosa esattamente fosse successo. Non me l’hanno mai detto…

In seguito, ho intentato una causa (in greco letteralmente si tradurrebbe come “atto stragiudiziale”, n.d.T) all’EPO (Federazione calcistica greca, n.d.T). Non ha risposto nessuno…
L’ho inoltrata anche alla FIFA e alla UEFA. Nessuna reazione!
Non nascondo che mi abbia infastidito molto il loro atteggiamento perché quando una confederazione internazionale ha come “bandiera” lo slogan «football against racism» e si verifica un chiaro atto di discriminazione di genere, non può stare in silenzio.
Non puoi “vendere” una campagna solo nei casi in cui un tifoso lancia una banana in campo – atto ugualmente vergognoso – e tacere quando una federazione, che tra l’altro è un tuo membro, tiene un comportamento sessista.

Così il mio avvocato è andato nella radio della BBC e ne ha parlato pubblicamente. Improvvisamente, come per magia, sono comparsi tutti quelli che erano spariti dalla parte greca. Non ho ben capito quando mi avevano chiesto di parlare prima o quando hanno cambiato opinione nei miei confronti.

Il mio obiettivo finale era quello di tornare nei quadri arbitrali della KED. Naturalmente non in quelli della Super League ma almeno in quelli della Beta Ethniki. Se avessi voluto, avrei potuto insistere di più e tirarla per le lunghe però, per me, ma la vera questione è quella di correggere un torto, continuare a fare quello che amo e prepararmi al meglio perché ero tra le candidate per arbitrare nel Mondiale femminile del 2015.
Il ritorno nei quadri arbitrali è stato però una piccola vittoria. Era la prova che dobbiamo sempre lottare per i nostri valori: così come ho lottato in questo caso per me, così lotto anche per gli altri in diverse situazioni. Bisogna lottare per ciò che è giusto.

Se qualcuno escludesse questi momenti, in generale io ricorderei esperienze molto belle nella mia carriera da arbitro. La mia partecipazione nella prima competizione internazionale della Fifa, nel Mondiale Under 17 femminile nel 2008 in Nuova Zelanda, i rapporti con le ragazze da tutto il mondo, e non solo dall’Europa, la nostra collaborazione e certamente la prima partita che ho diretto: Stati Uniti contro Giappone. Due ottime squadre, in una partita in cui sono stata coadiuvata da un’assistente dall’Italia e una dalla Turchia.

La mia presenza da arbitro nei grandi tornei internazionali di calcio femminile mi ha dato l’opportunità di conoscere e rapportarmi con persone che in altri casi non avrei mai incontrato e viaggiare in posti in cui non avrei mai immaginato. Da queste esperienze, ho potuto conoscere meglio paesi, culture e mentalità diverse.

Quello che mi impressionava più di qualsiasi altra cosa era il fatto che ogni competizione, ogni Mondiale, ogni Europeo, fosse una vera festa. La festa del calcio. Era tutto fatto per godersi il calcio. Una vera soddisfazione.

Vorrei tanto che ci fosse la stessa percezione del calcio anche in Grecia. Sia per gli uomini che per le donne. Il calcio femminile, come anche l’intero movimento calcistico greco, ha avuto la grande opportunità di svilupparsi nel momento in cui la Nazionale maschile ha conquistato l’Europeo. Allora, nel 2004.

In quel periodo, ricordo, lavoravo in una scuola come maestra di educazione fisica. La percezione della società che il calcio fosse per i maschi e tutti gli altri sport, come la pallavolo, fossero per le femmine era ancora molto forte. Τuttavia, nel tentativo di far conoscere ai ragazzi tutti gli sport, facevo giocare a calcio anche alle ragazze. E naturalmente loro non erano contro, anzi alla fine erano anche soddisfatte.

Dopo l’Europeo, improvvisamente tutti hanno cominciato ad occuparsi di calcio. Non c’era più questo tabù e il cliché de «il pallone è un gioco da maschi». In quel momento il calcio femminile in Grecia poteva fare il grande salto. Purtroppo, non l’ha fatto!

La verità è che non mi occupo molto del calcio femminile in Grecia e non conosco esattamente il modo in cui viene gestito. Ma ho l’impressione che le giocatrici greche non abbiano proprio nessun sostegno! Per questo molte hanno cominciato ad andare all’estero. Se non c’è un appoggio dai piani alti del calcio greco e l’intenzione di promuoverlo, non potrà mai andare avanti.

È necessaria una strategia, un obiettivo chiaro e certamente una collaborazione tra tutti gli enti. Non conta solo la volontà, che penso realmente ci sia, di alcune persone. C’è bisogno di un’unione di intenti!

Nel resto del mondo, il calcio femminile è molto diverso. In America, il soccer, così come chiamano il calcio, è più uno sport femminile. In Europa, nonostante in pochi se ne occupassero in passato, quando nel 2009 la UEFA ha cambiato il format della Champions League femminile, una strategia studiata per rafforzare la promozione dello sport, il quadro è migliorato.

La collaborazione con le società europee potenti economicamente, la creazione di un piano strategico e l’ingresso di nuovi membri hanno portato al risultato che vediamo oggi.
Al contempo, la FIFA ha progettato il proprio piano e nel 2011, con il Mondiale femminile in Germania, è riuscita in collaborazione con la Federazione tedesca a promuovere il torneo e attirare sempre più spettatori negli stadi.

Così siamo arrivati al Mondiale dell’anno scorso in Francia. La competizione e le partite sono diventate oggetto di discussione tra i tifosi e i mezzi di comunicazione, che ora si occupano anche del calcio femminile, quasi quanto di quello maschile.

Da quello che so, in Inghilterra ci sono intere sezioni di giornale esclusivamente sul calcio femminile mentre in Spagna, dove in questo periodo sto lavorando, l’informazione è giornaliera. Ovviamente un ruolo importante ha avuto la copertura televisiva delle partite di campionato ma anche delle competizioni europee, come anche la creazione di squadre femminili da parte delle grandi società.

In Italia il calcio maschile, fino a pochi anni fa, monopolizzava l’attenzione senza che succedesse qualcosa di particolare nel calcio femminile. Però quando la Juventus ha deciso di formare una squadra femminile, anche solo il nome e la storia della società bastavano per catturare gli occhi dei tifosi e far rendere loro conto che il campionato femminile era ugualmente interessante a quello maschile.

Una delle più grandi virtù del calcio femminile è il fatto di rimanere “pulito”. Finora non si è vista la volontà delle squadre di usare ogni mezzo possibile in campo per ottenere un risultato positivo. Le calciatrici non simuleranno facilmente per un rigore o una punizione. Per ora si interessano solo al gioco e allo spettacolo.

Ormai il mio percorso nel mondo del calcio, da arbitro, sembra sia chiuso o meglio hanno deciso ingiustamente di chiudermelo.

Nel 2019 ho aperto un nuovo ciclo: lavorare nel mondo della pallacanestro. Da tifosa seguivo abbastanza quello sport. Soprattutto nell’adolescenza e nei primi anni di università sapevo… tutto! Dopo i 20 anni, quando mi sono concentrata sul calcio, non ho avuto l’opportunità di seguire quanto avessi voluto lo sport [la pallacanestro].

Fino a quando è arrivata la proposta dell’Eurolega. L’ho trovata molto interessante e, dal momento che avevo le conoscenze e l’esperienza professionale acquisita negli anni da membro Uefa, ho voluto sfruttare questa opportunità per contribuire al miglioramento della competizione. 

L’obiettivo dell’Eurolega è quello di concentrare sempre le migliori squadre d’Europa per offrire uno spettacolo eccezionale a tutti i tifosi. Guardando dall’interno il meccanismo, mi sono resa conto che l’azienda – perché l’Eurolega è un’azienda e non una federazione – ha una visione, valori morali e si interessa per dare il meglio ai tifosi e a tutti i partecipanti.

Questo è stato uno dei motivi per cui mi hanno assunta come responsabile della sicurezza. L’obiettivo di tutti è quello di migliorare le condizioni sotto cui giocano i cestisti e creare un ambiente sicuro con i tifosi. Questo è un nuovo viaggio che sto facendo insieme alla mia famiglia, che mi è sempre stata vicina e mi ha appoggiato in qualsiasi decisione io abbia preso. Erano con me in tutte le mie scelte.

Nel mio cuore ho sempre avuto un amore e una passione sconfinati per lo sport.

Da piccola, come atleta, in seguito come studentessa universitaria in quello che sognavo, poi frequentando la migliore laurea magistrale in Europa in management e diritto sportivo, infine come membro delle più grandi organizzazioni sportive europee.

E al contempo, nel tempo libero, praticavo il mio hobby, quello dell’arbitraggio.

Sempre, e in tutto, con un senso di giustizia!

Le cose belle si fanno sempre un po’ attendere … Come un gol al novantesimo

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