a cura della redazione di Revista Obdulio (Cile) – Revista Obdulio, 27/1/2020

Traduzione di Andrea Meccia

Nel panorama latinoamericano Pablo Alabarces è, con ogni probabilità, uno degli studiosi più importanti del fútbol come fenomeno culturale di massa. Pur non essendo, per formazione, un sociologo in senso stretto – ha infatti studiato letteratura all’Università di Buenos Aires, sono stati i suoi studi successivi a condurlo verso quell’area – i suoi contributi nella campo della sociologia che indaga i fenomeni di massa – e quello del calcio in particolare – sono innegabili. In libri come Fútbol y patria, Fútbol y aguante, Futbologías o Historia mínima del fútbol en América Latina indaga diversi aspetti storici, sociali e culturali del calcio, ponendo, tra gli altri, l’accento sulla violenza che si vive intorno allo sport. E in qualità di esperto, è stato invitato più volte a discutere di questo fenomeno in programmi televisivi e dibattiti politici. Nell’intervista che segue, si fa riferimento a questo tipo di violenza e al modo in cui i mezzi di comunicazione, in particolare il giornalismo sportivo, sono protagonisti di questo fenomeno.

Professor Alabarces, quali sono i punti chiave che spiegano l’origine della violenza nel calcio?

Non abbiamo una risposta univoca né tantomeno universale. Possiamo parlare di ciò che non è violenza in questo mondo. Ciò che non lo è, è l’azione di individui o soggetti eccezionali che, in quanto attori intrinsecamente violenti, godono nel produrre, provocare e distribuire violenza intorno al fútbol. Questo è l’unico elemento sul quale tutti gli studi contemporanei a livello mondiale coincidono. Questa non è una spiegazione della violenza. E questa è la spiegazione a cui normalmente si ricorre dal punto di vista della politica e del giornalismo sportivo. Per esempio, il modo di denominare coloro che prendono parte ad eventi di violenza nella stampa argentina è “los violentos”, “i violenti”. Senza andare troppo in là, in occasione dell’addio a Maradona, quando scoppiarono una serie di incidenti con soggetti sospettati di appartenere ai gruppi di barras al funerale alla Casa Rosada, perfino il suo presidente (Alberto Fernández, n.d.T) ha fatto sua questa cosa dicendo: «Sapete, è che c’erano un po’ di soggetti violenti». Quindi, ciò che è sicuro è che questa spiegazione, assegnando una condizione intrinsecamente violenta a certi soggetti singolari, non è una spiegazione. Ma allo stesso tempo, è la spiegazione in cui si ritrovano tutti i politici, le forze di polizia e il giornalismo sportivo. Questo è: c’è violenza nel calcio perché ci sono soggetti violenti. 

La violenza risponde a fattori multipli, a fattori molto diversi, e inoltre dipende da ogni cultura calcistica. Non è la stessa cosa in Argentina come in Cile, in Messico, Ecuador, Brasile, Uruguay o Colombia. Sono fenomeni diversi.

A cosa si deve, quindi, la differenza tra il fenomeno studiato e ciò che alla fine viene ad essere comunicato?

In termini generali, noi che studiamo il tema, ne abbiamo una profonda conoscenza. Coloro che, invece, discutono sul tema, scrivono sul tema, e ciò che è peggio, devono fare analisi e produrre politiche, non sanno o preferiscono non sapere. Tra le tante cose perché, nel caso argentino, uno dei fattori più noti è una assoluta complicità di tutti i settori che sono dentro la cultura calcistica, giornalisti compresi. I giornalisti hanno infatti relazioni tortuose e di complicità con alcuni attori di questa violenza, tra cui, i dirigenti sportivi. Così, la non spiegazione, questa spiegazione fallace per la quale i responsabili sono alcuni soggetti particolari, fa comodo a tutti per mantenere le cose ferme. Sgolarsi nel dire che la violenza va combattuta, estromessa dagli stadi affinché le famiglie vi possano tornare… è qualcosa di molto divertente, se pensiamo ai motivi per i quali le famiglie dovrebbero tornare a vivere un luogo che in realtà non hanno mai frequentato.

E perché no?

Perché il pubblico degli stadi latinoamericani non è quello delle famiglie. È prevalentemente maschile. Negli ultimi anni si sono aggiunte molte donne, ma molto giovani, non madri di famiglia con i propri figli. Il rituale di vivere lo stadio in tutta l’America Latina è un rituale maschile. Quindi, se intendiamo per famiglia soltanto un padre con i suoi figli, una relazione puramente monoparentale, la famiglia potrebbe tornare. Questa idea della famiglia che torni allo stadio rivela tutta l’ignoranza che dà forma a tutta la questione. L’ignoranza e, inoltre, la complicità di quello che si conosce. Ad esempio, due elementi. Uno è puramente argentino, la relazione delle cosiddette barras con il denaro, questo è, come le barras entrano in relazione, in transazioni economiche abbastanza complesse, abbastanza tortuose e che, in alcuni casi, hanno a che vedere con un fiume di soldi. Il giornalista spiega rapidamente questo fenomeno dicendo che la barra riceve denaro per la gestione di una serie di attività legate al commercio che si fa per le strade, la vendita ambulante, i parcheggi nei pressi dello stadio o il traffico di droghe. Per prima cosa, nessuna barra vive di questo perché si tratta di poco denaro rispetto alle cifre che gestiscono, traffico illegale compreso, che in questo caso consiste in una vendita al dettaglio. In secondo luogo, la strada è controllata dalla polizia, e quindi, tutti gli affari che si svolgono, avvengono in realtà con la complicità della polizia. È la polizia a concedere uno spazio in cambio di una retribuzione. Dire questo, che le forze di polizia organizzano, tra virgolette, l’illegalità di strada, è un qualcosa che nessun politico o giornalista può affermare. Tra le altre cose, perché non lo si può dimostrare.

Da dove ha origine questo denaro, quindi?

Fondamentalmente dalla relazioni di complicità con le dirigenze sportive, che addirittura cedono alla barra il controllo delle percentuali della vendita dei giocatori. In cambio di queste negoziazioni, la barra opera come fattore di pressione. Questo è un elemento molto potente nel caso argentino che però non si ripete nel resto dell’America Latina, almeno fin dove io ho potuto lavorare e investigare. Questo affare implica denaro clandestino, denaro in nero che sfugge alla supervisione dello Stato e delle istituzioni del calcio, ma come mai sfugge? Perché tutti sono complici di questo giro.

Ci sono fattori comuni in America Latina? 

L’elemento più comune in tutta l’America Latina è l’organizzazione delle azioni che riguardano tutto il calcio, non solo delle cosiddette barras bravas, riguardo a quello che abbiamo chiamato una logica morale del aguante e della mascolinità. Secondo questa logica, dare battaglia non solo è una cosa giusta, ma è anche un obbligo per mostrare che si possiede questa mascolinità. La nostra ipotesi di lavoro, abbastanza provata in Argentina e con buoni risultati nel resto del continente latinoamericano, sostiene che tutta la cultura futbolística è profondamente mascolina e patriarcale e, di conseguenza, tutti gli attori devono dimostrare il proprio status di uomini. I giocatori, giocando da uomini; i dirigenti, difendendo i diritti del club da uomini; i tifosi, difendendo l’onore, difendendo la tradizione del club da uomini. Quando è che si dimostra chi è più uomo di un altro? Nella lotta. Quindi, affermare questa condizione mascolina è strettamente legato a condotte violente che servono a dimostrare questo requisito di mascolinità. Se uno indietreggia nella lotta, perde la sua condizione mascolina, e smette di essere un uomo e, questa è la cosa più interessante di questi comportamenti, non si trasforma in una donna, ma passa ad essere un non-uomo. L’asse centrale è uomo/non-uomo, non uomo/donna. Le donne sono fuori dall’universo futbolero.

Quindi, si può parlare di una certa morale organizzata che guida questi comportamenti?

La cosa fondamentale è capire che la violenza non è spontaneità, non è condotta amorale, non esiste senza appartenenza di classe e non è fuori dall’ordinario. È una condotta minuziosamente organizzata intorno a una logica morale che esige la lotta. In altre parole, la lotta non è l’eccezione, la lotta si trasforma nella regola. E così, nel momento in cui questa logica morale organizza i comportamenti dei partecipanti, queste condotte sono prevedibili. Conoscendo questo modello morale che organizza i comportamenti, uno può prevedere che tipo di azioni si manifesteranno. Di fronte alla violenza si smette di dire: «Oh, che sorpresa, se le son date di santa ragione, sono soggetti fuori dal comune, violenti per natura». No, non è così! Un esempio: i tifosi di una squadra che retrocede sono obbligati, per via di una morale che così pretende, a dimostrare che, nonostante siano retrocessi, continuano ad essere dei macho. Come fanno a dimostrare tutto ciò? Beh, producendo una sorta di lavaggio dell’onore dall’offesa capace di dimostrare che, nonostante si retroceda, si continua ad essere uomini. Quindi, in un incontro, in una partita in cui ci si gioca la permanenza in una prima divisione, ci saranno sempre disordini. C’è un caso eccezionale accaduto pochi anni fa in cui era così probabile la retrocessione e tanto probabile che ci sarebbero stati disordini, che i tifosi decisero di non crearne, cosa che dimostra che non si tratta di comportamenti eccezionali, se non di condotte molto organizzate secondo questi codici morali che non sono, insisto, fuori dal comune. Sono comunitari. La cultura calcistica è organizzata da questi codici.

Rispetto all’immagine del tifoso che viene comunicata, potremmo dire che si parla di questa figura alla stregua di quella di un criminale?

Ma certo. Ed è una cosa ben peggiore: tutto ciò organizza, inoltre, e, perdonate la ridondanza, organizza l’organizzazione. Cosa voglio dire? Che il fútbol latinoamericano è organizzato come uno spettacolo al quale assisterà un esercito di «criminali fino a che non si dimostri il contrario». Il fútbol latinoamericano sovverte il diritto liberale, che afferma che ogni soggetto è innocente fino a prova contraria. Il fútbol latinoamericano sostiene che tutti i tifosi siano colpevoli fino a che si dimostri il contrario. Colui che non è un criminale già dichiarato, è un criminale in potenza. Quindi, la gestione degli spettacoli di massa sono gestioni di stampo poliziesco perché, ovviamente, non incontreranno un pubblico con determinati diritti da cittadini o diritti da consumatori, mentre incontreranno una folla di potenziali o reali criminali. In conclusione, va gestito in questo modo.

Come si coniuga questa idea del tifoso criminale, quasi un essere irrazionale, con i gruppi politici che nascono ai lati dei club, come per esempio i collettivi antifascisti e femministi? Vengono resi invisibili a partire dalla comunicazione per mantenere un certo tipo di narrazione? 

Sì, credo proprio di sì. È un fenomeno recentissimo, la distanza tra i tifosi e la militanza politica era ben marcata. Credo che un caso particolare ci sia stato in Cile, fondamentalmente dopo la riforma di Piñera che ha privatizzato i club. Lì, fin dove riesco a comprendere, inizia una relazione abbastanza interessante delle barras con i gruppi politici. Ciò di cui ho fatto esperienza, ciò che ho letto, le conferenze che ho fatto, dimostrano che lì c’era una relazione tra i tifosi e la loro difesa del club come se fosse proprio, una rivendicazione morale molto forte nel calcio. Nel caso argentino, cinque anni fa, se non ricordo male, nacque la Coordinadora de Hinchas, il Coordinamento dei tifosi, il primo tentativo di un organismo, un qualcosa che è tra l’altro una mia vecchia battaglia, dell’idea che i tifosi si trasformino in organismi della società civile e che diventino visibili nei tanti gruppi della società civile che militavano per i loro diritti. Questo ha determinato il punto forte del coordinamento. Comparvero anche i gruppi antifascisti e femministi, che è un altro dei dati molto interessanti dell’America Latina. La risposta della stampa di fronte a questo fenomeno è, o la invisibilità, o il maltrattamento come se ci si trovasse di fronte a delle barras tradizionali.

Su quest’ultimo punto, alcuni teorici hanno fatto riferimento alla stampa sportiva come cortigiana, come parte della corte, che non guadagna spazio e non può criticare. Qual è il suo pensiero in proposito?

Tutto ciò che ho visto nel continente latinoamericano è questo. È parte di un sistema, è parte di una cultura. Non l’ho detto quando cercavo di spiegare cosa si intendesse con la logica morale del aguante. Ci sono sempre voci, giornalisti in questo caso, che si rifiutano di esser parte della corte. Il resto, e sono gli egemonici, particolarmente visibili nel caso delle televisioni, partecipa a questo sistema morale per il quale devi essere un macho per giocare al fútbol. Quindi, ci si trova a non poter prendere distanza da quel linguaggio perché è il proprio linguaggio. La maggior parte dei giornalisti sportivi non può rendere oggettiva la propria pratica professionale. Non può prendere distanza e pensare su ciò che fa, se non avanzare dentro un linguaggio che parla per loro. Ciò che de Saussure, fondatore della linguistica, diceva era che noi non parliamo il linguaggio, ma che siamo parlati dal linguaggio. Ecco, il giornalista sportivo normalmente viene parlato da un linguaggio, non può prendere distanza rispetto ad esso. E quando dico un linguaggio, mi riferisco anche ad un sistema, una concezione generale del mondo, della vita, di ciò che è bene e ciò che è male. Ciò che va bene a questi giornalisti solitamente è ciò che non va per molti dei tifosi e per alcuni degli osservatori, nel caso siano graditi a loro, è un imperativo categorico assoluto. Non possono ammettere la possibilità di un pluralismo, non ammettono il dissenso. Il fatto è che formano parte di questo linguaggio, non possono discuterlo.

Che opinione hai dei collettivi antifascisti all’interno delle hinchadas, delle tifoserie?

Da un lato, mi risultano di una simpatia estrema perché permettono di veicolare una energia molto potente che sta all’interno delle tifoserie in direzioni, questo credo, più giuste rispetto alla pura definizione di opposizione tra club. Per me, ciò che unisce i tifosi è più quella condizione del tifoso, dei legami affettivi, che le opposizioni particolari che possono esserci tra due squadre. In secondo luogo, più analiticamente, credo che stiano segnalando un cambio, utilizzando una parola ormai fuori moda, scoraggiante. È come quando i tifosi si separano da questa mostruosa alienazione che generava in loro una relazione che definivano passionale. Credo che nell’introdurre questo tipo di elementi, c’è una certo scoraggiamento nel senso che i tifosi possono recidere questa “relazione passionale”, le mettono un freno e dicono «bueno, ci sono altre cose cui prestare attenzione». Credo che, ancora una volta, il caso cileno sia uno dei più interessanti. Perché i successi dell’ultima parte del 2019 che hanno mostrato le barras in azione nelle strade legate alla protesta politica è un fatto assolutamente originale nell’America Latina. Qualcosa di simile può esserci stata nelle sommosse del dicembre 2001 in Argentina. Io, che ero nelle strade in quel  momento, mi resi conto con sufficiente chiarezza che ciò che appariva nella lotta di strada contro la polizia era l’addestramento che i tifosi avevano fatto proprio negli stadi. Ma, a differenza del fenomeno cileno, lì non si manifestò l’identificazione partitica incollata a quella calcistica. Questo è… l’addestramento come tifoso c’era, ma non c’era l’appartenenza, come accaduto nel caso cileno di ottobre 2019.

Infatti, anche collettivi antifascisti del Perù citano il caso cileno come esempio del proprio comportamento nelle manifestazioni del 2020.

È molto probabile. In questo caso c’è una situazione favorevole che è ciò, mi ripeto, che ho visto nel 2001 nella manifestazioni di strada in Argentina, che è l’accurata preparazione che hanno i tifosi di calcio negli scontri con la polizia. Sono i soggetti più addestrati nel mondo collettivo-sociale. Nessuno compete tanto e con tanta insistenza con la polizia, cosa che dà loro una certa situazione di vantaggio, per capirci. E c’è una cosa molto interessante: non c’è un’ultradestra legata al calcio in America Latina, a differenza di ciò che accade nell’Est europeo, dove in generale, sono gli ultras coloro che organizzano. I britannici scoprirono che, salvo una minuscola tifoseria del Millwall, in generale non c’era un legame con l’estrema destra. Il caso spagnolo, per esempio, registrava la presenza di entrambe le fazioni, come nel caso italiano. Potrebbero esserci tifoserie profondamente fasciste come quella della Lazio, o tifoserie profondamente comuniste pre-caduta del Muro di Berlino, come quella del Livorno. Invece, nell’Est dell’Europa, l’organizzazione è fondamentalmente fascista e di estrema destra. Oltre, ovviamente, ai comportamenti razzisti che abbondano in America Latina, non c’è un peso della destra estrema nelle tifoserie. Ma non c’è, in generale, una ultradestra di masse in America Latina, e la cosa implica che non ce ne sia nemmeno nel fútbol.

Le cose belle si fanno sempre un po’ attendere … Come un gol al novantesimo

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