di Stelios Iliadis, a cura di Antonis Tsakaleas – AthleteStories.gr, 21/05/2021

Traduzione di Enzo Navarra

Estate del 2005. Dopo un’ottima stagione all’Apollon Kalamarias, sono con la Nazionale Under 19 per l’Europeo di categoria in Irlanda del Nord.

In quei giorni era avvenuto il primo contatto e avevo raggiunto un accordo con l’Olympiakos. Il mio procuratore aveva parlato con il signor Louvaris [amministratore delegato dell’Olympiakos, N.d.T] di tutto, dall’aspetto economico alla durata del contratto.

Due giorni prima di tornare a Salonicco, mi ha chiamato il mio procuratore dicendomi: «Sai, c’è anche un interessamento dal PAOK ed è reale, concreto».

Fino a quel punto esisteva, ma solo a parole. Sapevo che il PAOK mi volesse, però nessun movimento, domanda, offerta, chiacchierata, nulla. A quell’età, quando giochi bene, ti vogliono in molti. Però una cosa è il «Ti vuole» una squadra, un’altra è «l’interessamento» e un’altra ancora è «Fa un’offerta ufficiale». In quel periodo ero anche il capitano della Nazionale Under 19 all’Europeo e stavo giocando un buon torneo. Quando il mio procuratore mi ha parlato del PAOK, mi ha spiegato che non era un semplice interessamento ma qualcosa di ufficiale.

Le prime parole che gli avevo detto erano: «Cosa? Ma ci stai pensando? Vai!».

Appena tornato a Salonicco, il giorno dopo, ci eravamo trovati con il signor Goumenos [presidente del PAOK, N.d.T]. Ad un certo punto il trasferimento stava per saltare a causa dell’Apollon Kalamarias. Mi aveva chiamato Ilias Damilos, l’allora presidente dell’Apollon, chiedendomi: «È un problema se resti un’altra stagione con noi e poi te ne vai?». Però avevo già preso la mia decisione: avrei cambiato squadra e… quartiere [Apollon Kalamarias e PAOK sono entrambe di Salonicco, N.d.T]. «No, Ilias. Voglio andarmene. Penso che sia il momento giusto» la mia risposta. Infatti, era successo quello che volevo.

Di quella estate mi è rimasto l’amore delle persone. Erano pazzi di me. A quei tempi giocavo all’Apollon Kalamarias, in Alpha Ethniki [massima divisione greca, N.d.T]. Alcuni mi conoscevano, ma all’improvviso ero sulla bocca di tutti perché mi voleva quella che secondo me era la più grande squadra greca. Il fatto di essere riconosciuto da tutti nella tua città era qualcosa di mai visto. Se ti monti facilmente la testa, ti può fare male.

La gestione della riconoscibilità è legata a come sei cresciuto. È gestibile, basta che tu abbia appreso qualcosa dalla tua famiglia, da casa tua. Mi piaceva questa fama, ma non mi ero mai montato la testa. Quello che facevo prima, lo facevo anche dopo. I miei amici, ma anche gli sconosciuti, penso che lo sappiano, lo abbiano visto. Sai, quando diventi famoso, quasi da un giorno all’altro, ci sarà sempre qualcuno che dirà: «Eccolo, si è montato la testa», giusto per aggrapparsi a qualcosa. Non penso di aver mai dato alcun pretesto per farmi dire questo. La gestione è stata buona. E questo è dovuto alla mia famiglia.

Ho trascorso quattro stagioni al PAOK. L’ultima non è stata molto positiva. Sentivo che fisicamente, dal punto di vista degli allenamenti e dell’esperienza ero nel punto migliore della mia carriera, ma non giocavo… L’allenatore [Fernando Santos, N.d.T] credeva in me, parlava spesso di me nelle conferenze stampa, mi stimava, ma non giocavo. Era un po’ un ossimoro tutto questo, ma è avvenuto esattamente questo. È stata la stagione in cui ho giocato di meno. Nelle precedenti annate scendevo in campo 20-25 volte, mentre nell’ultima ho fatto solo sette presenze, se ben ricordo.

Nei primi anni al PAOK, la responsabilità era sulle nostre spalle, sui giovani. Eravamo una banda di ragazzini e i tifosi si aspettavano che solo noi portassimo questo fardello, ma è una cosa che non succede mai, in nessuna squadra. I giovani non possono avere questa responsabilità, altrimenti si bruciano. Solo l’Ajax può farlo, o almeno ci prova. Però, anche là, una rosa con cinque ventenni ha anche veterani che possono sostenerli.

Nelle mie prime due stagioni al PAOK, tra gli stranieri che erano arrivati, nessuno era riuscito a imporsi. Nella mia prima stagione da mediano, c’era Zegarra. Puoi confrontarlo con Sorlin o Ivić che sono arrivati pochi anni dopo? Come il giorno e la notte.

Nel gennaio del 2008 mi avevano offerto un triennale con riduzione dell’ingaggio. Anche se mi avessero offerto un decennale, avrei comunque firmato, però mi ha dato fastidio lo stipendio diminuito. Ho detto questo alla dirigenza: «Lasciate perdere i soldi. Io voglio restare, però voglio giocare. Vediamo un po’… Me lo merito? Non me lo merito? Se me lo merito, resto. Se non me lo merito, starò zitto e me ne andrò». Non è successo questo. Non giocavo. Ormai è fatta, andiamo avanti.

Mi ha dato fastidio, perché qualcuno aveva sparso la voce di un mio presunto accordo con l’Aris [acerrimo rivale cittadino del PAOK, N.d.T], cosa che aveva causato le critiche di parte dei tifosi nei miei confronti.

A quel punto ero andato all’Iraklis, nonostante fossi stato ad un passo dall’AEK. Avevo parlato diverse volte con Dušan Bajević [tecnico dell’AEK, N.d.T]. Mi voleva, me lo aveva anche detto personalmente ma alla fine era saltato tutto. Avevamo raggiunto un accordo, ma l’AEK poi aveva preso Makos e non potevano più prendere un altro mediano. Avevo delle buone offerte anche da Atromitos e Panionios.

Mi ero trasferito all’Iraklis quasi per caso, perché nella stagione precedente si era infortunato un giocatore che veniva schierato nella mia posizione. Aveva fatto anche la sua parte la mia amicizia con Antonis Remos [famoso cantante greco e allora patron dell’Iraklis, squadra di cui è tifoso, N.d.T]. Avevo conosciuto Antonis in un suo concerto in un beach bar di un mio amico. A quei tempi avevamo anche molti amici in comune e così era avvenuto il “matrimonio”. La relazione era diventata ancora più stretta col mio approdo all’Iraklis e poi si era rotta a causa dei debiti.

All’Iraklis la squadra e l’atmosfera nello spogliatoio erano buone. Esisteva un blocco di noi greci che eravamo come una famiglia. E la squadra, sul campo, non è mai retrocessa. Avevamo fatto il nostro dovere in campo, nonostante qualcuno sia riuscito a distruggere la squadra. Ho trascorso delle belle stagioni.

Alla fine di questo percorso tra PAOK e Iraklis, mi viene in mente un proverbio che dice: «Se il giovane avesse saputo e se il vecchio avesse potuto». Ci sono situazioni, attimi, in cui ora avrei saputo cosa fare, ma a quei tempi non lo sapevo. Alcune volte è colpa tua mentre altre volte è colpa degli altri. Non è possibile solo uno o l’altro.

Ci sono volte in cui ho sbagliato nelle mie scelte, per questo la mia carriera non è stata quella che ho voluto, quella prevista, quella che vedevano per me gli altri, sulla base dei miei inizi. Ho cominciato bene, ma non ho raggiunto l’obiettivo.

Ci sono persone che dichiarano di non riuscire ad uscire dal mondo del calcio. Non possono? Non vogliono? Non lo so, ma dicono questo. Non ho avuto questa sensazione, personalmente, forse per quello che ho vissuto negli ultimi anni della carriera. Il calcio mi ha allontanato, perché non lo vedevo in un modo romantico, come lo vedevo agli inizi. Sono tra i pochi che si sono ritirati a 28 anni.

Perché praticamente a quell’età ho smesso. Quando ero retrocesso con il Panthrakikos – anche lì con problemi di debiti nei miei confronti – e non avevo niente che mi trattenesse, non mi era arrivata alcuna offerta dalla massima serie, quindi ho appeso gli scarpini al chiodo. Non ho tirato la mia carriera per i capelli. Non potevo più ritrovarmi al livello che desideravo, economicamente non conveniva andare altrove. Avevo ricevuto un’offerta dall’OFI che si trovava in Beta Ethniki [seconda divisione greca, N.d.T]. Tuttavia, ero appena diventato padre e, con un bambino appena nato, ho preso la decisione di non trasferirmi a Creta.

Il mondo del calcio nelle categorie minori è difficile. Se vai da una squadra con un contratto da 800 euro mensili, tu non li ricevi mai e poi viene il tuo presidente che ti dice «Faccio retrocedere la squadra» e tutte le promesse vanno al vento… Eh, cosa fai? Perché devi giocare? Cos’è questo? Un lavoro?

La Beta Ethniki è un campionato professionistico ma solo a parole. È professionistico solo per i calciatori. Non puoi farci nulla. Lavori e ti batti non per giocare, ma per essere pagato. I debiti di 10-15.000 euro nei tuoi confronti e tu che devi lottare per prenderli. Hai anche questo Stato che è un bordello, con o senza virgolette, che ha emesso una legge per proteggerti, in modo da muoversi legalmente nei confronti di persone fisiche e noi rincorrevamo le persone fisiche che non avevano firmato da nessuna parte. I soldi sono andati in fumo…

Ci sono anche squadre in salute che sono arrivate al punto da diventare l’eccezione alla regola.

Se continuassi nel mondo del calcio, farei qualcosa con i bambini. Aiutare in quel settore con tutto quello che ho imparato.

Non ho la pazienza per diventare un allenatore. Nemmeno la diplomazia. Dico quello che vedo e questo non mi aiuterebbe. Servono tante cose per fare l’allenatore. Non potrei farlo. Mi conosco.

Ormai sono un impiegato al comune di Thermaikos. Dopo l’Europeo Under 19 avevamo i requisiti giusti, avevamo preparato i documenti nel 2009 e ora sono stato assunto.

Ormai ho un altro stile di vita…

Le cose belle si fanno sempre un po’ attendere … Come un gol al novantesimo

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