di Douglas Ceconello – Globo Esporte, 01/04/2021

Traduzione di Alessandro Bai

Nella data che segna i 57 anni dal golpe militare, solo sette dei 20 club di Serie A si sono fatti sentire. È ancora poco, ma comunque un passo avanti rispetto agli anni scorsi.

Nonostante il tentativo di fissare al 31 di marzo l’anniversario del golpe militare, la destituzione del presidente brasiliano João Goulart avvenne in realtà quando il calendario segnava il primo aprile del 1964, come già spiegato dal giornalista e scrittore Mário Magalhães. Fin dall’inizio, quel periodo di terrore fu basato sull’inganno. Ieri i club brasiliani sono ricorsi ai social network per condannare la dittatura, ma solo in pochi – delle 20 squadre che partecipano alla prima divisione, solo sette si sono espresse sul tema, e molte di queste lo hanno fatto timidamente, con una apprezzabile ma freddina “difesa della democrazia”. Molte delle cosiddette piccole, invece, si sono mostrate più convinte.

È sintomatico della società brasiliana il fatto che, 57 anni dopo, ci sia ancora una certa delicatezza nel condannare un periodo come la dittatura civico-militare che è durata fino al 1985, un vuoto segnato dalla sospensione della democrazia e dalla persecuzione, tortura ed esecuzione di civili, che essi fossero avversari o presunti avversari del regime. Ma al peggio non c’è mai fine, perché non si tratta solo di delicatezza: nell’impero dell’ignoranza vigente, oggi ci toccano persino le commemorazioni per una data che diede inizio al macabro processo culminato in migliaia di morti, tra cui quelle di circa ottomila indigeni. In Brasile, il negazionismo non è cominciato con il Covid-19.

Se in Brasile non c’è mai stata una resa dei conti con la propria storia, il che ha permesso a dittatori e torturatori di diffondere liberamente una retorica revisionista di un regime spietato, l’Argentina ha seguito la strada opposta: a soli due anni dal termine dell’ultima dittatura militare dei vicini di casa (1976-1983), i principali responsabili furono giudicati e condannati all’ergastolo. Nel 1986, poi, La historia oficial di Luis Puenzo vinceva l’Oscar per il miglior film straniero. La pellicola tratta l’argomento dei bambini rubati dalla dittatura dopo che le madri erano state torturate e uccise. Fin da subito, gli argentini scelsero di non dimenticare.

In meno di dieci anni, oltre 30 mila argentini sparirono o furono assassinati per frutto di uno spietato terrorismo di Stato, molti lanciati dagli aerei in mare o nel Rio de la Plata, durante i cosiddetti “voli della morte”. Il processo che portò i dittatori nelle corti, già durante il governo di Raul Alfonsín, non incluse tribunali militari o altre cose del genere: i colpevoli furono sottoposti al codice penale vigente nel Paese, una cosa unica al mondo. Nel 2013, il dittatore Jorge Videla, architetto del regime, morì in una cella normale a 87 anni, senza mai essersi pentito per i crimini perpetrati.

Il grande ripudio degli argentini nei confronti della dittatura è così forte, manifestato dalla frase “Ni olvido ni perdón” [“né oblio né perdono”, N.d.T], che persino familiari e discendenti dei dittatori rinnegano i propri vincoli di sangue. Molti figli di militari protagonisti del regime hanno deciso di cambiare cognome. Inoltre, la condizione anonima dei desaparecidos ha avuto un epilogo ironico, concretizzatosi nei funerali dei dittatori stessi, molte volte interrati in tombe praticamente prive di qualsiasi segno di riconoscimento e situate in cimiteri privati, poiché gli altri spesso si sono rifiutati di accettarli. Da sinistra a destra nello scacchiere politico, sono rarissime le voci che plaudono a qualche aspetto della dittatura.

Questo sentimento misto di memoria e ripudio collettivo è la principale arma nelle mani della società argentina, per far sì che questi fatti non accadano nunca más [mai più, N.d.T]. In tutto questo, i club di calcio svolgono un ruolo importante: il 24 marzo, giorno che ha segnato i 45 anni dall’inizio della dittatura, tutte le società di prima divisione e molte dell’Ascenso [la Serie B argentina, N.d.T] si sono espresse condannando quel periodo tragico in modo chiaro e diretto. Qualche giorno prima, Boca Juniors, River Plate, Racing e Argentinos Juniors avevano invitato i familiari o amici dei soci desaparecidos durante la dittatura a entrare in contatto con i club, con l’obiettivo di far conoscere le loro storie e rivendicare la posizione di queste persone all’interno del quadro societario.

La reazione degli argentini alla dittatura cozza con la timidezza mostrata nell’ambiente calcistico brasiliano. L’impressione è che molti club nostrani si siano espressi soltanto per la pressione dei tifosi, e alcuni hanno anche utilizzato artifici discorsivi per non menzionare direttamente il regime. Anche un passo claudicante, però, può essere un passo avanti: il numero di manifestazioni è stato di gran lunga superiore a quello degli anni passati. D’ora in poi, sarà importante dare un nome alle cose, definendo la dittatura una dittatura e non arrendendosi al revisionismo che cerca di ammorbidire il giudizio su un apparato militare che perseguitava, torturava e uccideva. Soprattutto, per quanto possa essere impegnativo, sarà importante non dimenticare mai.

Le cose belle si fanno sempre un po’ attendere … Come un gol al novantesimo

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