Di Daniel Gallan, New Frame, 22/02/2021

Traduzione di Alex Čizmić

Lo sport offre agli appassionati una via di fuga dalla realtà, ma non può sfuggire alla realtà del cambiamento climatico. Non da ultimo, i cicloni e la mancanza d’acqua minacciano terreni e tornei.

Prima che la siccità colpisse la provincia sudafricana del Capo Occidentale nel 2015, Evan Flint non era misurato nell’uso dell’acqua. In qualità di addetto alla manutenzione del Newlands Cricket Ground a Città del Capo, aveva il compito di mantenere rigoglioso il campo esterno e fornire ai seam bowlers sudafricani abbastanza erba sul wicket per far venir fuori i battitori rivali.

«A volte annaffiavo il campo due volte al giorno, solo perché potevo», dice Flint. «È stato solo quando sono stato costretto a cambiare che ho aperto gli occhi».

All’inizio del 2016 le dighe della città erano scese al di sotto del 50% della capacità. Dal 2017 ai residenti è stato vietato innaffiare i giardini o fare il bagno. Quando la nazionale indiana di cricket è arrivata in città per un test match nel gennaio 2018, Città del Capo è stata presa dal timore che il profetizzato Giorno Zero si sarebbe materializzato e che i rubinetti avrebbero smesso di funzionare.

La pioggia salvavita di quell’inverno ha impedito il disastro totale, ma il terrore provato da Flint è ancora presente. Sebbene ora lavori come capo custode dei Wanderers di Johannesburg, città che dispone di un approvvigionamento di acqua più stabile, quell’esperienza gli ha lasciato un segno indelebile.

«È stato incredibilmente spaventoso sul piano personale», ricorda Flint. «Professionalmente è stata una sfida. Il campo esterno si è deteriorato ma è come fosse un marchio d’onore. Cosa ancor più importante, mi ha insegnato che non c’è bisogno di innaffiare il pitch più di due volte a settimana. Vorrei invitare tutti i custodi a un utilizzo più saggio dell’acqua. Ma non posso salire sul piedistallo e dare lezioni alle persone. Ci sono dovuto passare prima di darmi una svegliata. A meno che il problema non sia proprio di fronte a te, non ci pensi. Siamo stati fortunati. Altri in futuro potrebbero non esserlo».

Questa è una micro realtà della collisione tra sport ed emergenza climatica. Un rapporto pubblicato nel giugno dello scorso anno dalla Rapid Transition Alliance e scritto dal giornalista e accademico David Goldblatt dipinge un futuro cupo per i nostri amati sport.

A meno che non vengano intraprese azioni drastiche, i campi da golf costieri, incluso il Saint Andrews in Scozia, un giorno verranno frantumati dal mare che avanza. In stadi famosi come l’Eden Gardens e il Melbourne Cricket Ground, il cricket si giocherà necessariamente in notturna a causa del caldo insopportabile che ci sarà durante il giorno. Lo sci e il bob non saranno praticabili senza sufficienti nevicate nei luoghi che un tempo ospitavano le Olimpiadi invernali. I campi da calcio e rugby situati in zone sotto il livello del mare come i Paesi Bassi, il Regno Unito e le isole del Pacifico saranno parzialmente o completamente sommersi. Altrove, gli incendi boschivi e l’inquinamento renderanno l’aria non idonea alla disputa di competizioni sportive.

«Lo stadio è in fiamme», dice Goldblatt dalla sua casa di Bristol, parafrasando il discorso dell’attivista climatica Greta Thunberg rivolto ai leader mondiali al Forum economico mondiale di Davos nel 2019. «Ma rimango fiducioso. Per citare il marxista e antifascista italiano Antonio Gramsci, possiedo il pessimismo dell’intelletto e l’ottimismo della volontà. Le prospettive non sono rosee. Ma non siamo senza speranza».

Secondo l’Accordo di Parigi sul clima, abbiamo tempo fino al 2050 per raggiungere la neutralità del carbonio e prevenire un innalzamento della temperatura di 1,5°C in tutto il pianeta. In caso contrario, si verificherebbe un aumento di inondazioni, uragani, incendi e siccità, oltre a milioni di persone costrette ad abbandonare le loro case. Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) afferma che la scadenza per il raggiungimento di questi obiettivi è il 2030. Il tempo stringe.

I CRIMINI DELLO SPORT

Lo sport mondiale non è del tutto cieco di fronte a questa crisi. Il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) e il Comitato olimpico internazionale (CIO) si sono riuniti nel 1999 per inserire principi di sostenibilità ambientale nella Carta Olimpica. Ma il potere del CIO di influenzare l’azione degli stati una volta assegnate le Olimpiadi si è rivelato inefficace. In Russia e Corea del Sud, alberi di parchi nazionali e antiche foreste sono stati abbattuti per organizzare i Giochi invernali. A Pechino, l’inquinamento è aumentato una volta conclusi i Giochi estivi del 2008. Il degrado e il danno ambientale erano evidenti anche ad Atene, Vancouver, Londra e Rio.

Alla Conferenza delle Nazioni Unite sul clima nel dicembre 2018 è stato lanciato lo Sports for Climate Action Framework con l’obiettivo di «riunire organizzazioni sportive, squadre, atleti e tifosi in uno sforzo comune per aumentare la consapevolezza e l’azione per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”. I primi firmatari includevano FIFA, UEFA, CIO e i comitati organizzatori dei Giochi olimpici estivi di Tokyo 2020 e Parigi 2024.

Da allora se ne sono aggiunti altri – come il World Rugby e la Formula 1 – ma ci sono ancora assenze significative. Anche se il cricket e il golf sono due sport in balia di condizioni meteorologiche instabili, l’International Cricket Council e l’organo di governo del golf R&A si sono finora astenuti.

«La comunicazione è la barriera principale», afferma Dom Goggins, consulente in politica ambientale e coautore del rapporto Game Changer del 2018, che indaga come il cambiamento climatico sta influenzando lo sport nel Regno Unito. Nello studio di Goggins il pianeta che si sta riscaldando è descritto come un avversario che ha bisogno di essere sconfitto piuttosto che come una catastrofe in arrivo a cui assistere.

«Volevamo fare appello allo spirito competitivo che promuove lo sport», spiega Goggins. «È importante non giudicare e puntare il dito in faccia a nessuno. Non è così che si favorisce l’impegno delle persone. Quello sul clima è ancora un dibattito polarizzante e le persone lo evitano perché è terrificante o perché stanno affrontando problemi più immediati. Per molte persone l’emergenza climatica rappresenta un problema del domani».

Questo è il motivo per cui gli atleti sono fondamentali. Alzando il pugno e inginocchiandosi, gli sportivi di tutto il mondo hanno fatto da catalizzatori per le conversazioni sulla disuguaglianza razziale e la giustizia sociale. L’attivismo della squadra WNBA dell’Atlanta Dream ha avuto un ruolo chiave nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti e del Senato della Georgia. E con entrambi i risultati andati a favore del Partito Democratico, Joe Biden ha riammesso gli Stati Uniti nell’Accordo di Parigi, tenendo fuori dal potere il negazionista climatico Donald Trump.

Alcuni atleti hanno usato la loro fama per invitare all’azione. Star come Lewis Hamilton, Serena Williams e Rory McIlroy hanno fatto appello ai loro movimenti sportivi affinché diano il loro contributo a questa emergenza, ma la maggior parte dei professionisti si occupa comprensibilmente prima di tutto delle proprie prestazioni.

L’ex giocatore di rugby australiano David Pocock è un’eccezione degna di nota in quanto all’apice della sua carriera ha rischiato di stroncarla per prendere posizione sulla questione climatica. È stato arrestato nel 2014 per essersi incatenato a una scavatrice durante una protesta contro l’estrazione di carbone.

Intervenendo al podcast Emergency on Planet Sport, diviso in otto episodi, Pocock ha dichiarato: «Mi è stato detto [da Rugby Australia] ‘Se fai di nuovo qualcosa del genere, stracceremo il tuo contratto’. Gli atleti che danno voce a queste tematiche spingono i giovani a intavolare discussioni davvero importanti e chissà questo movimento a cosa può portare. Molti hanno sognato sin da quando erano bambini ciò che stanno facendo ora e penso che ci sia il timore che altri problemi possano in qualche modo sminuire il loro sport, distogliere la loro concentrazione o esporli alle critiche».

Pocock ha sottolineato che il suo attivismo gli ha fornito maggiori motivazioni da spendere in campo. LeBron James continua a dominare le partite dei Los Angeles Lakers mentre consolida la sua posizione di primo piano nel movimento Black Lives Matter. Allo stesso modo, la pressione esercitata da Marcus Rashford sul governo britannico con lo scopo di sfamare i bambini poveri del Regno Unito non ha intaccato la sua efficacia sotto porta col Manchester United.

IL CONTRIBUTO DEGLI SPONSOR

Il coordinatore della Rapid Transition Alliance Andrew Simms ha recentemente dichiarato al quotidiano The Guardian che «Lo sport fornisce alcuni dei modelli di ruolo più influenti della società. Se lo sport può cambiare il modo in cui esso opera, per agire alla velocità necessaria per fermare l’emergenza climatica, altre persone prenderanno esempio».

Non è ancora questo il caso. Atleti e tifosi possono farsi sentire quanto vogliono, ma il cambiamento deve partire da squadre e istituzioni. Come sottolinea Goldblatt, lo sport non è una vittima del riscaldamento terrestre, ma un complice importante. «Se il mondo dello sport vuole dare il proprio contributo per contrastare il cambiamento climatico, deve prima riconoscere il proprio ruolo nella creazione del problema e poi ridurre radicalmente la propria impronta ecologia. Di conseguenza, lo sport ha bisogno di sapere quanto carbonio sta effettivamente emettendo».

Considerando i viaggi aerei di tifosi, atleti, personale tecnico ed emittenti televisive, la costruzione di stadi e l’industria globale dell’abbigliamento sportivo, Goldblatt stima che l’intero circuito sportivo contribuisca a circa 30 milioni di tonnellate di emissioni di carbonio ogni anno. Ciò equivale alla produzione di Danimarca, Tunisia o Nuova Zelanda.

Qui subentra la dipendenza dello sport dai soldi delle compagnie aeree, petrolchimiche e automobilistiche. Arsenal e Manchester City vengono lodati per le loro innovazioni in materia ambientale che risparmiano energia e acqua ma sono sponsorizzati da compagnie aeree. FIFA e UEFA, due voci di spicco all’interno dello Sports for Climate Action Framework, ricevono assegni in contanti dalla società energetica russa Gazprom.

Prima che la Formula 1 vietasse pubblicità di tabacco su auto e uniformi, i critici si chiedevano come sarebbe sopravvissuta senza quel flusso di entrate. Ma quelle preoccupazioni furono presto messe a tacere. La Formula 1 ha guadagnato più di 2 miliardi di dollari nel 2019.

Le società più piccole possono prosperare senza dipendere dalle aziende che distruggono il pianeta. Il Forest Green Rovers FC, che milita nella quarta divisione inglese, è un fulgido esempio. Sono la prima squadra di calcio a emissioni zero certificata dalle Nazioni Unite e utilizzano energia rinnovabile al 100%. Tutto il cibo servito all’interno dello stadio è vegano, il tosaerba utilizzato sul loro terreno privo di pesticidi è completamente elettrico ed è stato approvato il piano per la costruzione di uno stadio in legno a emissioni zero.

«Sarà lo stadio più verde del mondo da quando i romani hanno inventato il cemento», ha detto l’anno scorso il proprietario del club Dale Vince, che ha fatto fortuna con l’energia eolica. Il brusio intorno al piccolo club dell’area rurale del Gloucestershire ha attirato l’attenzione globale.

L’EFFETTO DEL RISCALDAMENTO GLOBALE SULLO SPORT

Mentre infuria la battaglia per i cuori e le menti, le conseguenze dell’inazione di massa si fanno sentire. Gli ultimi sei anni sono tra i sei più caldi mai registrati. In questo lasso di tempo hanno risuonato numerosi campanelli d’allarme, troppi per elencarli tutti.

Solo nel 2019 il tifone Hagibis si è abbattuto sulla Coppa del mondo di rugby, mentre le temperature torride hanno reso necessarie le pause a metà tempo durante la Coppa del mondo femminile in Francia. In Egitto, alla Coppa d’Africa 2019, Samuel Kalu è crollato a terra durante un allenamento per una grave disidratazione causata dal caldo rovente del Cairo. Nel gennaio 2020 il torneo degli Australian Open è stato interrotto dal fumo dei devastanti incendi boschivi che soffiavano su Melbourne, con i tennisti che faticavano a respirare.

La situazione potrà solo peggiorare. Le coste scompariranno. I campi diventeranno paludi. Le cime innevate si scioglieranno e non torneranno mai più. I fiumi si prosciugheranno. Questa è la minaccia più grande che abbiamo affrontato come specie. Lo sport può rappresentare un mezzo per sfuggire alla mondanità e alle difficoltà della vita, ma non può esistere nel mondo previsto dagli scienziati.

«Quel che è peggio è che la maggior parte del peso ricadrà sul Sud del mondo», avverte Goldblatt.

Si prevede che il Bangladesh, la terza nazione di cricket più popolosa, subirà inondazioni di massa che provocheranno l’esodo forzato di vaste fasce della sua popolazione nei prossimi decenni. Lo stesso destino è in serbo per le isole Fiji, Tonga e Samoa, i cui giocatori di rugby rappresentano circa il 20% dei rugbisti professionisti del mondo, secondo il gruppo di lobby Pacific Rugby Players Welfare. Mentre le nazioni ricche avranno le risorse per mitigare l’aumento delle temperature attraverso la costruzione di stadi con l’aria condizionata, le regioni più povere del mondo non saranno in grado di organizzare eventi sportivi.

Anche se la situazione è disastrosa, è comunque necessaria una risposta pacata e misurata. «Mi sono fatto prendere troppo spesso dal nervosismo e ho preso la decisione consapevole di non farlo più», dice Goldblatt. «Far ribollire il sangue non aiuterà. Semmai, complicherà le conversazioni con persone che non vogliono impegnarsi nella lotta al cambiamento climatico. Questo movimento ha bisogno di voci variegate. Il tempo della rabbia è passato. Abbiamo bisogno di azione adesso».

Ci sono decine di gruppi di tifosi e organizzazioni indipendenti che usano lo sport come veicolo per guidare questo dibattito. Protect Our Winters cerca di aumentare la consapevolezza sugli effetti dello scioglimento delle calotte polari. Frontrunners incoraggia le star dello sport australiano a utilizzare le loro piattaforme per sposare la causa della lotta al cambiamento climatico. Champions for Earth responsabilizza gli atleti affinché usino la loro popolarità per diffondere il messaggio dell’organizzazione. Planet Super League si concentra principalmente sul calcio e sul suo ruolo nella questione climatica.
Tutti questi movimenti richiedono finanziamenti e persone interessate. Rapporti come quelli di Goldblatt e Goggins richiedono di essere letti e condivisi. Potremmo essere nei minuti di recupero, ma il tempo stringe. Se lo sport ci ha insegnato a credere in qualcosa, è nella forza eterna e nella magia della rimonta. Questa speranza rimarrà finché c’è la volontà di proseguire la lotta. Non possiamo più permetterci di essere semplici spettatori. Insieme a tutto ciò che abita questo pianeta, in ballo ci sono gli sport che amiamo.

Le cose belle si fanno sempre un po’ attendere … Come un gol al novantesimo

0